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MD

Ogni volta che penso a lei, la immagino scrivere. E non solo perché in fondo era una scrittrice. Ci sono scrittori che immagino intenti a fare tutt’altro che a scrivere. A vivere, per esempio. Ma lei no.

MD è ingobbita su uno dei suoi quaderni, uno di quelli degli armoires bleues, con una matita in mano. Non ha una penna o una macchina da scrivere.

Forse perché le parole che si scrivono a matita scivolano in modo diverso sul foglio e su se stessi. Si compongono con cura, si coagulano nella scia grigia di un pensiero poroso, intenso, eppure cancellabile con un tic di gommapane. La mina scava senza fretta, ritmata dal graffio degli allunghi che altalenano sulla carta. I segni di interpunzione sono cicatrici che restano anche dopo. Dopo che si cancella, e poi dopo ancora. I punti sono risoluti, sempre. E’ quasi difficile ripartire dopo uno di quelli.

Eppure MD ripartiva, instancabile, fino alla fine di quello che doveva dire e di quello che non avrebbe mai voluto dire. Non ha mai avuto paura di scrivere. Ha scritto tutto, tanto, il suo indicibile soprattutto. E quello si può soltanto scriverlo a matita, con caratteri minuti, a scomparire, fino a negare di averlo mai fatto, davanti a una finestra aperta sul mare. Un mare d’inverno, deserto di euforie, di ambre solari, di turisti. Un mare vivo, con l’onda restituita a se stessa che batte sullo scoglio per ricordarti che esiste. Io così io lo scriverei.

MD parla spesso di se stessa, e di donne e di uomini al limite: di un’ossessione, di una follia, di una mancanza. Riesce a rallentare la scrittura fino a fermarla, a sospenderla, assottigliandola in un qualche tipo di silenzio da cui è difficile guarire. Perché non è un silenzio tessuto d’assenze o di vuoto, è pieno della sua essenzialità. Non si è mai preparati abbastanza.

Ecco sì, è questo in fondo Marguerite Duras: essenziale.

C’est tout.

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