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MD

Ogni volta che penso a lei, la immagino scrivere. E non solo perché in fondo era una scrittrice. Ci sono scrittori che immagino intenti a fare tutt’altro che a scrivere. A vivere, per esempio. Ma lei no.

MD è ingobbita su uno dei suoi quaderni, uno di quelli degli armoires bleues, con una matita in mano. Non ha una penna o una macchina da scrivere.

Forse perché le parole che si scrivono a matita scivolano in modo diverso sul foglio e su se stessi. Si compongono con cura, si coagulano nella scia grigia di un pensiero poroso, intenso, eppure cancellabile con un tic di gommapane. La mina scava senza fretta, ritmata dal graffio degli allunghi che altalenano sulla carta. I segni di interpunzione sono cicatrici che restano anche dopo. Dopo che si cancella, e poi dopo ancora. I punti sono risoluti, sempre. E’ quasi difficile ripartire dopo uno di quelli.

Eppure MD ripartiva, instancabile, fino alla fine di quello che doveva dire e di quello che non avrebbe mai voluto dire. Non ha mai avuto paura di scrivere. Ha scritto tutto, tanto, il suo indicibile soprattutto. E quello si può soltanto scriverlo a matita, con caratteri minuti, a scomparire, fino a negare di averlo mai fatto, davanti a una finestra aperta sul mare. Un mare d’inverno, deserto di euforie, di ambre solari, di turisti. Un mare vivo, con l’onda restituita a se stessa che batte sullo scoglio per ricordarti che esiste. Io così io lo scriverei.

MD parla spesso di se stessa, e di donne e di uomini al limite: di un’ossessione, di una follia, di una mancanza. Riesce a rallentare la scrittura fino a fermarla, a sospenderla, assottigliandola in un qualche tipo di silenzio da cui è difficile guarire. Perché non è un silenzio tessuto d’assenze o di vuoto, è pieno della sua essenzialità. Non si è mai preparati abbastanza.

Ecco sì, è questo in fondo Marguerite Duras: essenziale.

C’est tout.

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Le parole che salverei

Se un despota pazzo un giorno si svegliasse e costringesse a bruciare tutti i vocabolari, di nascosto strapperei le pagine che contengono alcune parole che, secondo me, andrebbero salvate ad ogni costo.

Salverei la parola contrafforti. Perché è una parola che dà fiducia, una parola che di per sé ti protegge. Non so bene da cosa, ma è meglio tenerla ben ripiegata da qualche parte.

Salverei la parola impudica, che ho trovato per la prima volta nel romanzo “L’amante” di Marguerite Duras, la mia autrice preferita. La frase era: “E’ impudica Hélène Lagonelle, e non se ne accorge”. La Duras resterà per me sempre legata a questa parola che devo per forza tutelare, per tutelare tutto il resto di lei.

Poi salverei le parole pontile, minuscolo e luppolo, perché hanno un suono che mi piace.

Salverei la parola nautofono che a vederla scritta, lo so, è orribile, ma quel suono rivolto al mare, nella nebbia, mi appartiene più di qualunque altro.

Salverei la parola bottoniera perché quando l’ho vista scritta, in una favola, ho pensato che l’autore era stato davvero bravo a trovare l’esatto vocabolo per nominare quella cosa. Terrò in custodia bottoniera per ricordarmi che esiste sempre la parola giusta. Così, in un certo senso, salverò tutte le altre.

Salverei la parola viola, perché con un solo termine preserverei un colore, un fiore, un arco e mia figlia.

Salverei la parola sobillatore, perché m’ha sempre fatto ridere tanto.

Infine salverei la parola despota per ricordarmi il motivo per cui tengo ripiegate nella tasca, le pagine strappate del mio Devoto-Oli.