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Certe parole

Questo mio post uscì nel 2011 su Brown Bunny Magazine  nella categoria 1000 caratteri. Sarò nostalgica, ma oggi mi va di ripostarlo.

 

Ci sono parole, nella mia testa, che hanno un proprio registro d’ingresso.

La parola emulare, per esempio, l’ho incontrata a otto anni, a scuola, quando scelsi il poster di Candy Candy al posto di quello di Goldrake che, da maschiaccia pavida, non ebbi il coraggio di chiedere. La maestra disse a mia madre: “Ha voluto emulare le compagnette”.

Negletto, invece, l’ho letta per la prima volta a dodici anni, durante l’ora di narrativa, nella descrizione della Monaca di Monza.

La parola costipato risale al primo superiore, era la dicitura che un caro professore ci suggeriva di usare nelle giustificazioni al posto dello squallido “indisposto”, per essere creativi almeno nelle scuse delle assenze. Anche se lui, nella storia di tutta la sua carriera, ci raccontò d’esser rimasto folgorato dalla trovata: “Ho aiutato mia madre nelle pulizie di Pasqua”.

Solipsismo l’ho letta a ventidue anni, in un saggio di Umberto Eco.

Autopsia non lo so, però l’associo sempre al telefilm “Quincy”.

Obslolescenza a sedici anni e mi ricordo che era molto in voga in quel periodo. Oggi è quasi obsoleta.

Quiddità di sicuro l’anno scorso, mentre leggevo l’Ulisse di Joyce.

E zuzzurellone, credo come tutti, nel giorno in cui ho preso in mano il vocabolario per la prima volta. Anche se, con avvilita sorpresa, ho scoperto che non è più l’ultima parola del dizionario.


Mele rosse

A pensarci bene, le parole scritte, prima ancora d’essere lette, vengono viste. Occupano un loro preciso spazio nella pagina.

A volte sono disposte con cura, serrate le une sulle altre, come mattoni consapevoli in una perfetta muratura scritta per impedirti di respirare. Altre sono impilate alla rinfusa, di getto, rapide, invertite, interrotte, sconclusionate.

E’ soltanto qualche istante dopo, quando poi le leggi, che quegli stessi agglomerati di lettere riescono a esprimere significati e sensi che vanno oltre il significato e il senso di ogni singola parola: diventano coperte, nuvole, sorrisi, sassi, spigoli vivi.

Per questo è necessario sceglierle con cura, le parole, come mele rosse, cercare quelle più adatte, rigirarle per verificare che non siano rovinate o ammaccate in qualche punto, lucidarle, metterle al loro posto. Se possibile: non avvelenarle.

Perché le parole hanno una chimica potente: possono salvarti o ucciderti.

Ci sono parole che arrivano come pugnalate di silenzio. Altre che arrivano con la leggerezza di un petalo d’euforia o di una palla da bowling.

Parole prese a palate e ammucchiate su una pagina, a coprire tutto.

Parole sbiadite, con mondi dimenticati dentro.

Parole scelte per colpire meglio.

Parole tardive che si sbriciolano sull’irreparabile.

Parole mai lette.

Parole racchiuse fra una riga e l’altra, in quello spazio vuoto, bianco, non detto, in cui a volte è scritto molto più di quanto si è letto.

Perché certe parole taciute arrivano con molta più efficacia di mille inutili scritte. Perché si scrive anche con il silenzio.


Le parole che salverei

Se un despota pazzo un giorno si svegliasse e costringesse a bruciare tutti i vocabolari, di nascosto strapperei le pagine che contengono alcune parole che, secondo me, andrebbero salvate ad ogni costo.

Salverei la parola contrafforti. Perché è una parola che dà fiducia, una parola che di per sé ti protegge. Non so bene da cosa, ma è meglio tenerla ben ripiegata da qualche parte.

Salverei la parola impudica, che ho trovato per la prima volta nel romanzo “L’amante” di Marguerite Duras, la mia autrice preferita. La frase era: “E’ impudica Hélène Lagonelle, e non se ne accorge”. La Duras resterà per me sempre legata a questa parola che devo per forza tutelare, per tutelare tutto il resto di lei.

Poi salverei le parole pontile, minuscolo e luppolo, perché hanno un suono che mi piace.

Salverei la parola nautofono che a vederla scritta, lo so, è orribile, ma quel suono rivolto al mare, nella nebbia, mi appartiene più di qualunque altro.

Salverei la parola bottoniera perché quando l’ho vista scritta, in una favola, ho pensato che l’autore era stato davvero bravo a trovare l’esatto vocabolo per nominare quella cosa. Terrò in custodia bottoniera per ricordarmi che esiste sempre la parola giusta. Così, in un certo senso, salverò tutte le altre.

Salverei la parola viola, perché con un solo termine preserverei un colore, un fiore, un arco e mia figlia.

Salverei la parola sobillatore, perché m’ha sempre fatto ridere tanto.

Infine salverei la parola despota per ricordarmi il motivo per cui tengo ripiegate nella tasca, le pagine strappate del mio Devoto-Oli.