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Di nodi e paradossi (parlo con Gianluca Minotti)

Non è segreta l’amicizia che lega me e Gianluca Minotti iniziata ormai nel 2011 in occasione di un’intervista per il mio primo libro.

Non potevo dunque lasciarmi sfuggire questa chicca: intervistare lui all’uscita del suo primo libro.

Anche se a dirla tutta, non è corretto parlare di primo libro.

Intanto però lo verifico: è vero, Gianluca? Uscirà il tuo non-primo libro? È ufficiale?

Sembrerebbe di sì. Uscirà a breve: è tutto pronto. E sebbene questo non sia propriamente il mio primo libro, in realtà è come se lo fosse. Per tante ragioni: è una sorta di risarcimento, un nuovo inizio, l’occasione per sciogliere i nodi che mi portavo dentro da un po’. Da anni. Di scioglierli e riannodarli, però.

Quindi si potrebbe anche dire che tu sia un tessitore, ma conoscendoti per quello che ti conosco, preferirei definirti “un annodatore”. Ti piace questa immagine? Secondo me è perfetta.

Sì, mi piace questa immagine, e in effetti, se ci pensi, noi impieghiamo gran parte della nostra vita a sciogliere nodi, soprattutto metaforici. L’altro giorno leggevo un articolo sul cordone ombelicale: bene, il cordone ombelicale ha una forma tortuosa perché le due arterie e la vena sono attorcigliate tra loro. La vita tende al groviglio e noi perdiamo un sacco di tempo a districare nodi quando invece se fossimo tutti annodati gli uni agli altri, ci reggeremmo in piedi tutti e nessuno cadrebbe. E poi, prima del cordone ombelicale, cosa ti viene in mente? Prima del feto, dico: due corpi intrecciati che fanno l’amore. Annodati, appunto.

E annodato al libro c’è anche un titolo? Si può dire oppure è ancora segreto?

Si chiama Storia dell’uno e dell’altro e uscirà per Ottotipi edizioni, una casa editrice indipendente che giovedì 14 giugno, alle 19:30, presso la libreria di Roma “L’Altracittà”, in via Pavia 106, si presenterà al pubblico. E dunque, se il mio libro esce, il merito va alla casa editrice e a Francesco Formaggi, che ne cura la collana Fuochi. EFrancesco che per primo ha letto ciò che stavo scrivendo e mi ha sottoposto alla casa editrice. Io neanche ci pensavo a una casa editrice, anche perché quando lui mi ha letto, il lavoro non era terminato. Francesco mi ha dato dei consigli, mi ha fatto riflettere su alcune questioni che, come capita in questi casi, chi scrive non focalizza in pieno. È fondamentale incontrare qualcuno che ci riveli ai nostri stessi occhi.

E dato che siamo in tema “rivelazioni”, possiamo anche anticipare che non si tratta di un romanzo? Ecco, di fatto l’ho appena svelato.

No, non è un romanzo: è un quaderno di racconti, alcuni brevi, brevissimi, legati tra loro, dove tornano gli stessi personaggi, e i personaggi si chiamano l’uno, l’altro, X, Maria, il narratore, Y, il signor Q, la signora W. Ognuno di loro è, forse, il completamento degli altri. O esattamente il contrario: l’impossibilità di essere altro da sé, di stabilire delle relazioni, nonostante ci sia il narratore che lungo la storia tenti in tutti i modi di rimediare a questa solitudine che egli stesso ha suscitato.

Comunque, guarda, ecco la copertina:

storie dell'uno e dell'altro

Ecco, grazie, perché l’ho letto ma la copertina mi mancava in effetti.

Il tuo libro, lo sai perché te l’ho già detto tante volte, mi è piaciuto molto. In tutti i suoi paradossi, i suoi labirinti di specchi, i suoi falsopiani.

C’è tutta la tua testa contorta, se posso dirlo. Posso dirlo?

Puoi dirlo, sì.

Hai presente quando al buio, salendo le scale, cerchi con il piede l’ultimo gradino che non c’è? Ecco, i tuoi racconti sono quel gradino che non c’è, secondo me.

Anche se – mi sento di comunicartelo nel caso non te ne fossi reso conto – i tuoi non sono racconti veri e propri. Hai inventato una nuova formula? Tipo, chessò, la formula Minotti.

Io credo che chiunque si metta a scrivere inventi una propria formula: un proprio modo di guardare alle cose, un punto di vista, un’angolazione. È banale dirlo, ma è così. Io ho la formula Minotti e tu la formula Giacchetta. E a proposito: ti ricordi quando abbiamo provato a scrivere una cosa insieme rispettando esattamente questo, e cioè, che ognuno conservasse la propria formula?

Il nostro romanzo a quattro mani, certo che me lo ricordo.

È stata una bellissima esperienza perché, nonostante poi il libro sia rimasto incompiuto, da quell’esperimento sono nati dei personaggi che poi sono cresciuti e hanno preso strade diverse. Dico questo perché alcuni di quei miei personaggi sono confluiti in Storia dell’uno e dell’altro.

Sono molto affezionata a quei personaggi. E non intendo solo a quelli che hanno trovato una loro dimensione, ma anche agli altri, quelli che se ne stanno ancora lì ad aspettare.

Digressione a parte, io so – ma chi ci legge magari no – che tu sei un lettore seriale e recidivo, che leggi di tutto e tanto e che se solo ti mancasse un nuovo libro in casa, ti ritroveresti a leggere l’elenco del telefono. In questo patrimonio di letture che ti ritrovi, cosa citeresti? È sempre difficile fare una scelta così selettiva, ma dimmi qualcosa che ti ha ispirato o che abbia creato una suggestione nella quale ti sei mosso o dove immagini di muoverti.

Tutto ciò che ho letto mi è servito a qualcosa e mi ha formato, nel bene e nel male. Tu prima parlavi di elenchi telefonici e quindi potrei intanto dirti un titolo, L’elenco telefonico di Atlantide, di Tullio Avoledo, perché già un titolo così è folgorante. Ma se dovessi fare quattro nomi direi: Cortázar, Kafka, Bolaño e Parise. Il Parise dei Sillabari. Di Kafka fammi parlare di un racconto brevissimo: Un fatto d’ogni giorno, s’intitola. È la storia di uomo, chiamato A, che deve concludere un affare con B. Questo affare non si concretizzerà, e non si concretizzerà per il semplice fatto che A e B non riusciranno a incontrarsi perché, mentre la prima volta per raggiungere B, che abita in un’altra città, A impiega dieci minuti, la seconda volta, senza che nessuna circostanza sia diversa, per coprire la stessa distanza A impiega dieci ore, e naturalmente non trova B, che intanto è andato a cercarlo. Ecco, questa breve narrazione mette in scena un conflitto: piega il tempo, lo comprime e lo dilata per significare come niente nella nostra vita sia scontato: è come una equazione che però non torna. È una incognita o un enigma. Io sono affascinato da queste narrazioni in cui niente è ciò che sembra, e nel succedersi delle frasi è come se improvvisamente si aprano degli squarci, degli inciampi che rompono il piano della realtà. O meglio: il piano di una realtà consolatoria. È un po’ quello che dicevi tu prima quando parlavi dei gradini. Ma mi sto dilungando?

Sì, ti dilunghi come sempre, per fortuna. Quindi, continua.

Bene. Qualcosa di simile a ciò che succede nel racconto di Kafka, accade in un racconto di Roberto Bolaño che si intitola Chiamate telefoniche. E ora che ci penso, anche in un bellissimo racconto che ho scoperto da poco: L’originale di Giorgia, di Paolo Zanotti. Ecco, lo so, parlo troppo: e invece di parlare di ciò che ho scritto, mi metto a parlare dei racconti altrui, ma se lo faccio è perché io sono essenzialmente un lettore. Un lettore felice, direi, perché mi capita di leggere libri bellissimi e perché penso una cosa che poi dicono tutti, e che però è vera: se vuoi scrivere non puoi prescindere dal leggere parecchio. E comunque non è che bisognerebbe leggere con la finalità di scrivere. Io per lunghi periodi della mia vita mi sono fatto bastare di essere un lettore. E te lo dico subito: se mi capiterà di fare delle presentazioni, vorrei poter leggere alcune pagine che mi piacciono. Non mie. Leggere il racconto di Kafka, per esempio, o quello di Zanotti. C’è un filo che lega questi racconti. C’è un filo che ci lega gli uni agli altri. Certe volte ne sono convinto, altre no: dipende un po’ dal mio stato d’animo, credo.

In effetti, ora che ci penso, in uno dei tuoi racconti di Storia dell’uno e dell’altro, il narratore si mette a fare una cosa: stende dei fili di bucato che collegano i balconi dei palazzi dove vivono i personaggi. Dei fili di bucato che consentano ai personaggi di scambiarsi i panni, di avere sempre una camicia fresca di bucato da indossare.

Sì, un modo per unirli, per consentire agli uni di essere al contempo gli altri.

Dici che è per questo, allora, che il mio dirimpettaio oggi è uscito di casa contrariato per andare in ufficio? Indossava il mio miniabito rosso. Forse dovrei iniziare a fare del bucato più cortese.

Senti, ma da quanto tempo porti avanti questo progetto? Non quello dei fili del bucato, parlo del progetto di questo tuo libro in uscita.

Da un paio di anni, da quando, cioè, mi sono reso conto di avere scritto per molto tempo racconti che erano accomunati tra loro da diversi elementi: erano dolenti e paradossali, e sembravano scritti da qualcuno che ha uno sguardo alieno sul mondo. Ed erano già collegati tra loro, perché c’erano dei rimandi, perché i personaggi tornavano, perché l’uno faceva luce o ombra all’altro. Poi, una volta presa coscienza del fatto che la mia scrittura convergeva su alcuni punti e nodi precisi, mi sono messo a lavorare più in profondità. Ero affascinato dall’idea che la vita è discontinua e dal fatto che nonostante questa discontinuità ci siano però dei momenti in cui tutto sembra sintetizzarsi in una sorta di grumo, convergere e acquisire senso: fino a un attimo prima è tutto buio e noi neanche ci rendiamo ben conto di essere vivi, poi ci accade un qualcosa, magari anche banale, e dentro la nostra testa si accende la luce, e allora ecco che tentiamo di ordinare i fatti per darci una spiegazione relativa al nostro esistere qui e ora. Io sono interessato a questi momenti di lucida consapevolezza in cui però spesso si ha anche quello che John Barth chiamava “sguardo cosmico”. Vedere troppo lucidamente se stessi, può paralizzare.

A sentirti parlare, Gianluca, sembra quasi che un lettore debba aspettarsi una scrittura oscura e sofferente. Invece no, anche nel suo costrutto sofisticato ed elegante, la tua scrittura è sempre vivace.

In fondo la conosco, no? Scrivere a quattro mani ci ha permesso di conoscerci da questo punto di vista.

A questo proposito, mi ricordo che il personaggio di X – uno dei personaggi presenti in Storia dell’uno e dell’altro era già nato quando abbiamo iniziato a scrivere insieme. Tu lo portasti come contributo e io creai, fra gli altri, il personaggio di Lucilla, te la ricordi? Lucilla era molto incuriosita da X.

Poi però X ha trovato una diversa strada con te, mentre lei è rimasta in quella dimensione, a vivere sotto l’appartamento di X ormai sfitto.

Lucilla mi scrive ogni tanto e mi chiede di lui, di X. Mi chiede se sta bene, se tornerà in qualche modo. Mi chiede anche di spedirle il libro che uscirà, per leggere di lui, per capire che fine abbia fatto.

Certo che mi ricordo di Lucilla, e credo che se ne ricordi anche X. Anzi, sono convinto che in qualche modo Lucilla sia uno dei rimpianti di X, per cui non escludo che sarà lo stesso X a spedire una copia del libro a Lucilla. Magari con una dedica. Perché vedi, il fatto è che un giorno X e Lucilla potrebbero incontrarsi di nuovo, e non è detto che quando accadrà noi lo sapremo. Però potremo dedurlo: quando Lucilla non ti scriverà più sarà perché lei e X si saranno ritrovati.

Ecco: qui se non smettiamo di chiacchierare finisce che il piano della finzione prende il sopravvento su quello della realtà, sempre ammesso che poi esista un piano della finzione e un piano della realtà, ognuno ben distinto dall’altro. Io per esempio vivo al quinto piano e ti assicuro che vivere al quinto piano non è come vivere al terzo piano o al settimo. Il quinto piano – che negli edifici americani corrisponde al cinquantacinquesimo – credo che sia il piano in cui la realtà e la finzione si intersecano.

Ho capito cosa stai cercando di dirmi: che tu non esisti. Ma io l’ho sempre sospettato.

Nel dubbio, metterò comunque il link del tuo libro.

http://www.ottotipiedizioni.it/libri/

Allora adesso posso andarmene? Grazie, Manuela: senti, ma dov’è l’uscita? Non trovo l’uscita.

Ah, scusa, forse non te l’ho detto: l’uscita non c’è.

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