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Una recensione del mio “Bowling e margherite”

Il club dei libri ha letto il mio “Bowling e margherite”, edito dalla Las Vegas edizioni nel 2011, e mi coccola con questa recensione.

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La mia rimostranza

Esce oggi l’ebook 99 Rimostranze a Dio, (Ottolibri edizioni, 187 pp., 5,00 euro).

Mi ha colpita subito l’originalità dell’iniziativa curata da Eva Clesis, responsabile editoriale della casa editrice.

101 autori si lamentano con “Qualcuno del piano di sopra”.

Non ce l’ho fatta a stare zitta e ho spiattellato anch’io, in faccia a Madre Natura, una certa cosuccia che le è sfuggita. Forse. Spero.


Invecchio i libri

Libro apertoC’è stato un periodo della mia vita in cui sono stata molto gelosa dei miei libri, tanto che li sfogliavo con estrema cautela, aprendo il volume con studiata misura, il minimo necessario per infilare lo sguardo fra le pagine, evitando l’esercizio di una pressione eccessiva sulla rilegatura.

Ecco, sì, ritengo che fanatismo sia il termine esatto.

Oggi che mi reputo maturata –  ma sono punti di vista, diciamo quantomeno cresciuta in termini di età – il mio rapporto con il libro si è capovolto. Non tanto nella lettura in sé, che è rimasta molto simile a se stessa anche se di certo è più consapevole, quanto nell’approccio fisico con il libro: apro bene le pagine, le spalanco alla lettura, le schiaccio se necessario, piego all’occorrenza l’angolo in alto della pagina.

Spesso, se una frase mi genera un sussulto perché rivela un pensiero in agguato, un ricordo, una corrispondenza, piego addirittura la pagina a metà per lasciare la presenza di un passaggio, come una ruga, conferendo al libro un’identità precisa che forse è la mia stessa, perché in fondo la sottolineatura tracciata è simile a quella definita in qualche modo dentro di me.

Le mie letture migliori sono sempre quelle che, girata l’ultima pagina, fanno assomigliare il libro a un oggetto spossato. Difficile poi separarsene subito costringendolo nella mia libreria. Di solito lo lascio respirare ancora un po’ sopra qualche mobile, bene in vista, con il suo segnalibro di fortuna a riposo fra una pagina e l’altra: un biglietto del treno, un disegno di mia figlia, un nastro di raso.

E’ vero, lo ammetto: un libro sotto la mia lettura invecchia. Però mi dico che – forse – è così perché lo faccio vivere.

D’altronde non è giusto che, invecchiare, io sia la sola a farlo.


La collezione Lancourt – il booktrailer

Il booktrailer realizzato con Luigi Salerno e Fabrizio Fiore per il libro “La collezione Lancourt”.
Non credo potrò mai ringraziarli abbastanza.
Intanto inizio da qui.


“La collezione Lancourt” Presentazione del 28 giugno 2013

Un assaggio fotografico della presentazione tenutasi presso la Feltrinelli di Ancona il 28 giugno

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A destra: la bravissima relatrice Olivia Ulivi

Con la relatrice Olivia Ulivi

Per maggiori informazioni:

http://www.lasvegasedizioni.com/catalogo/las-cerezitas/la-collezione-lancourt/


Forget, forgot, forgotten

ricordi in valigaiA volte mi chiedo qual è la logica con cui dimentico le cose. Sempre che ci sia.

Voglio dire, ho studiato tante di quelle pagine, di quei teoremi, di quelle formule, e poi ancora date, battaglie, strampalate teorie economiche e intere collezioni di poesie a memoria. Eppure ho dimenticato tanto. Un nozionicidio. Ho sterminato libri di conoscenza senza accorgermene, uno a uno. Magari sono ancora tutti qui dentro, da qualche parte, in qualche manciata di neuroni nascosti pronti a sorprendermi, chi può saperlo.

Dubito però che il cervello abbia avuto cura di riporli in un cassetto; credo piuttosto siano stati infilati alla rinfusa dentro due o tre valigie, smarrite come bagaglio ormai poco culturale in qualche aeroporto internazionale o incastrate nel tempo di qualche fuso orario. Non saprei dire.

La cosa strana però, è che mentre cerco di ricordare lo scordato, mi accorgo invece che il dimenticabile o quello che vorrei dimenticare, resta lì, ben definito, tridimensionale e fisico.

Secondo me, esiste un principio beffardo per cui più cerchi di dimenticare, più non dimentichi.

Certo, mi dico, è più facile scordare l’anno della disfatta di Waterloo che quello in cui hanno disfatto la tua spensieratezza. Anche perché un dato lo registri a matita nel cervello, un ricordo invece te lo scrivi addosso con l’Uniposca. E lì tende a restare, il più delle volte.

Mi sono pure chiesta se il cervello, più intelligente di noi, alla fine sia soltanto in grado di selezionare l’utile dal superfluo.

Ma di certo no, perché altrimenti non dimenticherei le date dei compleanni, ricordando invece il numero di targa della Fiat 126 che avevo a diciott’anni.

Non scorderei neanche di annaffiare le piante del balcone in modo sistematico ed essiccante, ricordandomi però il nome di un’infinità di rose.

Non lo so come funzioni il mio cervello. Male, ad ogni modo.

E se trovate da qualche parte le mie valigie, non fate i furbi: l’indirizzo è scritto di certo da qualche parte.

Beh… sì…  se non mi sono scordata di annotarlo.


Lo sguardo di Sabine

icona copertina

«Ho un appuntamento con i signori Lancourt.»
«Buongiorno, Sabine» salutò il padre con calore.
I fratelli Lancourt videro entrare Sabine per la prima volta nella loro vita. E non furono tanto i lunghi capelli castani raccolti forse per l’occasione, né la ricchezza disegnata in modo perfetto sulla sua bocca, quanto il suo sguardo a turbare subito la casa, fu quella timidezza contenuta nel suo verde indiscreto.
Sabine sbirciò il tappeto sul quale stava posando il piede, poi li appoggiò subito tutti e due, quasi con un salto, come se fosse entrata in un mondo instabile e avesse paura di cadere.
«La stavamo aspettando» disse la signora Lancourt arrivando anche lei, con un lieve sorriso, forse più cauto di quello di suo marito, ma di certo abituato alla cordialità.
Sabine salutò con un cenno della testa, stringendo fra le mani un libro, aggrappata alla copertina di pelle, poi tornò con gli occhi sul signor Lancourt, giusto un attimo, li spostò sulla domestica che aspettava di poter chiudere la porta, li soffermò un istante di più sulla signora Lancourt e poi − Jerome lo notò − lo sguardo di Sabine si addentrò nel salone incontrando quello di François che si era alzato dal divano, per etichetta, e lì lo sguardo di Sabine si era fermato per un lungo tempo. Un tempo interrotto, aveva sempre pensato Jerome ricordando quel pomeriggio, perché lo sguardo di Sabine non lo raggiunse mai, quel giorno.

Tratto da “La collezione Lancourt”

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