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I numeri di Anna Recanatini

Questo è il racconto con cui mi sono classificata al secondo posto nella “Sezione racconto inedito” del Premio letterario Antonio Fogazzaro 2017

Premio letterario Antonio Fogazzaro 2017 (Villa Gallia – Como)

I NUMERI DI ANNA RECANATINI

 

 

Sulla lapide di Anna Recanatini si legge:

 

Qui giace Anna Recanatini che nacque, visse e morì.

 

Non viene riportata nessuna data, nessuna cifra.

Uno strano fatto, se si considera l’abitudine di catalogare ogni evento con delle coordinate numeriche.

In effetti, fossero state riportate con estrema esattezza, cos’altro avremmo saputo in più? Soltanto che la forbice di tempo chiamata vita, per Anna Recanatini durò 27.375 giorni, 13 ore e 8 secondi, ovvero l’equivalente di 75 anni, più o meno.

Magari avremmo potuto leggere che nella sua vita, Anna Recanatini realizzò 74 torte di mele, 108 crostate e 1218 ciambelle fritte

attaccò 75.045 bottoni

prese 41.590 caffè

avvistò 18 stelle cadenti

uccise 7 scorpioni e 2 vipere

pronunciò la parola “cortesia” – nelle sue declinazioni – 18.235 volte

acquistò 13 paia di occhiali, di cui 5 da presbite

conservò 21 orologi, sveglie incluse

cadde dalla bicicletta 12 volte

subì 3 aborti

piantò 16 alberi da frutto

aspettò Edoardo 2 volte

ruppe 31 bicchieri di vetro e 15 piatti, di cui 6 deliberatamente

le vennero estratti 12 denti

inciampò nell’ultimo gradino di una scala 11 volte

ricevette 19 rose rosse

realizzò 44 viaggi in treno

si sentì felice senza motivo apparente 98 volte

subì 7 interventi

guardò il telefono squillare senza rispondere 34 volte, di cui 12 nello stesso giorno

imparò a memoria 3 poesie e 6 canzoni

mangiò 3.879 polpette e 8.742 mele

cercò di stabile il confine fra cielo e mare 78 volte

avvistò 58 arcobaleni

sognò suo nipote 24 notti

morì 2 volte

accese 189 candele

catturò 18 lucciole

visse 19 volte il giorno 29 febbraio

collezionò 13 caleidoscopi, di cui uno di valore.

 

Ma non avremmo saputo molto di più. Avremmo forse intuito come Anna Recanatini visse o cosa preferisse fare, ma non chi fosse davvero. Una risultanza numerica di certo molto più complessa.

Volendo tentare, avremmo dovuto prendere in considerazione altro, i suoi 1 per esempio.

Perché, a ben vedere, fu proprio nei piccoli numeri che si annidò la vita di Anna Recanatini, numeri solitari nascosti nella moltitudine delle abitudini, numeri 1 che delinearono i suoi gusti, le sue preferenze, le sue bruciature, i suoi esperimenti, le sue scelte.

 

I numeri 1 di Anna Recanatini

 

Cucinare un risotto alle fragole

realizzare un abito da sposa

mangiare un’ostrica

vomitare un’ostrica

scrivere una poesia

sposarsi

ritardare una consegna

andare ad un concerto di Michael Nyman

uccidere un uomo

fumare la pipa

ascoltare impreparata suo figlio urlarne contro, dandole tutta la colpa della propria infelicità

accarezzare un cucciolo di leone

preparare una sacher torte

invitare a cena la famiglia De Pontis

dare uno schiaffo a suo figlio

pronunciare la parole “querulo”, “distopico” e “buggerata”

mangiare il riso con le bacchette

ubriacarsi

sedersi davanti a un pianoforte a coda, appoggiare le mani sulla tastiera e immaginare di saperlo suonare

lasciare Edoardo

tingersi i capelli di rosso

distruggere l’auto in un incidente stradale

vedere un delfino

ballare sotto la pioggia

fondere tutto l’oro di sua madre per realizzare un lingotto

andare in barca a vela

spedire il caleidoscopio preferito a suo nipote, nel giorno del suo quarto compleanno.

 

Ciononostante, neanche i suoi 1 sarebbero stati esaustivi per delineare Anna Recanatini, per comprenderla, per cercare di capire, in effetti, chi scelse d’essere. Come se Anna Recanatini fosse nascosta in un scarto numerico non visibile, in una differenza, in un esito matematico d’altra natura.

I suoi zero, per esempio.

Una lista piuttosto complicata, a dirla tutta, perché gli zero di Anna Recanatini furono sì tondi e decisi a volte, ma altre volte sofferti e combattuti.

Gli zero di Anna Recanatini furono, dopotutto, luoghi dove stipare la morale e il buon senso, le testardaggini, le tare, i suoi desideri.

Ci furono zero che Anna Recanatini si attribuì come merito, altri che si ritrovò per mancanza di coraggio. Zero che Anna Recanatini si raccontò per sentirsi forte e zero che si ripeté per non oltrepassarli.

Certo, si potrebbe far notare che esisterebbero interminabili zero nella vita di Anna Recanatini, della maggior parte dei quali Anna Recanatini non sospettò neanche l’esistenza, come per esempio mangiare una pashka, costruire un humidor o ballare una ciarda; altri zero, invece, che pur conoscendone l’esistenza, Anna Recanatini non prese mai in considerazione per una possibile enumerazione.

I suoi veri zero furono quelli che la misero di fronte a una presa di posizione, a una reazione, a una rinuncia, alla maturazione di un desiderio.

 

Gli zero di Anna Recanatini

 

Farsi un tatuaggio

visitare l‘Islanda

rubare

fumare marijuana

tradire Edoardo

fare le ombre cinesi

trovare un quadrifoglio

aprire un ombrello in casa

vedere un’aurora boreale

cogliere il senso della vita

fare la spaccata

posare nuda per un servizio fotografico

possedere un diamante

confessare a qualcuno di aver ucciso un uomo

studiare

far leggere a qualcuno la sua unica poesia

baciare una donna

lasciare Edoardo guardandolo negli occhi

prendere un brevetto di volo

mangiare il sushi

pronunciare la parola “prestidigitazione”

dire “ti voglio bene” a suo padre

vedere il sole di mezzanotte

capire l’esatto significato della parole “mordace”

avere una figlia

aprire una sartoria propria

imparare il francese

rincorrere suo figlio, quel giorno, quando uscì di casa sbattendo la porta

vedere il film “Via col vento”

buttare via un orologio rotto

salire su un pullman a due piani

imparare a ballare il tip tap

dipingere il proprio autoritratto

indossare un anello al pollice

pensare alla morte mentre stava morendo

conoscere suo nipote.

 

Eppure no, quand’anche avessimo avuto un profilo numerico ancor più dettagliato, con eventi aggiunti o sottratti, circostanziati e perfezionati, Anna Recanatini sarebbe rimasta una creatura sfuggente, vuota di tanto altro che sarebbe stato necessario sapere.

Concentrata in un altrove non numerico.

In effetti, nessun’altra frase avrebbe forse potuto riassumere in concreto Anna Recanatini, se non quella che lei stessa scelse per l’occasione:

 

Qui giace Anna Recanatini che nacque, visse e morì.

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Ioleanna

Il racconto con cui mi sono classificata terza al Premio letterario Poesia Onesta 2015 per la sezione “racconto breve”:

 

La signora Iole si affaccia al balcone ogni mattina alle sette e mezzo.

Con il sole, la pioggia, la neve, la grandine, gli ufo sospesi a mezz’aria che aspettano di attaccare il mondo, la signora Iole si affaccia e prende la sua tazza di tè in vestaglia.

Tè caldo anche d’estate. E la vestaglia pure: ogni volta è la stessa. Così come il trucco impastato sulle guance in un pancotto di mascara e non so cos’altro.

Lo sguardo raggrumato negli occhi è sempre buttato verso il mio palazzo, come se davvero la signora Iole pensasse o guardasse qualcosa, ma più sicuramente con la mente spenta; forse in attesa che qualche stilla di teina accenda quei minutissimi neuroni che immagino debba pur avere nel cervello. Ma comunque pochi, perché ritengo che la signora Iole sia piuttosto stupida, per esempio dubito che conosca la data della scoperta dell’America o a quale temperatura l’acqua geli, né il momento esatto in cui iniziare a tacere. Perché di sicuro la signora Iole sarà inopportuna, e leggera, come certe pulci d’acqua.

Non riesco invece a imbastirle addosso nessun lavoro. Ma sarà di certo un’occupazione che la costringa a rientrare a casa tardi la sera, per non darle nemmeno il tempo o la voglia di sfrattare quel pesto nero dalla faccia. E dopotutto non mi interessa affatto come la signora Iole riesca a procacciarsi i soldi per il suo tè delle sette e mezzo.

Ritengo invece emblematico l’averla incontrata una sola volta e che, in quella sola volta, lei gettasse via la spazzatura. E’ poi naturale che l’associazione sgorghi spontanea.

Non ho potuto fare a meno di notare lo smalto rosso scheggiato sulle unghie, lo sguardo fuggiasco di chi non ha niente da esprimere, i capelli appesi come stracci a quel mollettone di strass.

Non ho saputo resistere: l’ho salutata, per provocarla.

«Buonasera.»

Non ha nemmeno alzato lo sguardo, la signora Iole, mentre masticava il suo buonasera sbrigativo.

Mai nessuno che si affacci a quel balcone: mai un uomo, una donna, un bambino, un gatto. Soltanto lei. Iole. Che sia poi un diminutivo è possibile: ci si sbriga a pronunciare il suo nome purché finisca in fretta.

Sono due giorni però che la signora Iole manca al suo appuntamento delle sette e mezzo, benché le tapparelle della finestra siano alzate notte e giorno.

I casi sono due: o è malata o ha semplicemente finito il tè, la povera signora Iole.

***

Mi piacerebbe ascoltarti pronunciare il mio nome almeno una volta, nella mia vita. Sentirti dire: “Ciao, Anna” con la tua voce bassa, fatta della stessa consistenza del tuo mondo oscuro. Una voce che ricorda un qualche tipo di blu, di certi abissi mai raggiunti.

Non conosco altro di te che questo abisso.

So soltanto che ti affacci ogni mattina, che scosti la tenda e che guardi fuori verso la mia finestra; ed io resto immobile a immaginare il tuo sguardo e a sognare che sia lì per me.

Indossi spesso un completo scuro, una cravatta. T’invento attraversare le giornate in luminosi spazi dalle enormi finestre.

Ti ho incontrato una sola volta, nel cortile. Ho sentito i tuoi occhi guardarmi, e poi premere, come mi sezionassero.

Mi hai salutata e ho tremato tanto da non riuscire a risponderti, col respiro aggrappato al tuo. Non ho avuto, mai un istante, il coraggio di guardarti: temevo vedessi le mie rughe, il mio trucco disfatto, ma soprattutto che leggessi ogni cosa, che la mia passione scivolasse via da me, evidente.

Ho infilato le unghie nella spazzatura più che ho potuto per nascondere i graffi sulle dita, le mie nocche rovinate.

Mi dico che avrai saputo leggere la fine di una giornata di lavoro, mi convinco che sarai stato capace di vedere oltre. Restauro mobili, lo sai? No, non che puoi saperlo. Ma uso le mani per grattare via l’età dal legno.

Capita spesso, nella solitudine della polvere di quella vernice ostinata, di avere la sensazione che le schegge di tanta vecchiezza mi finiscano addosso, accentuandomi una ruga, increspandomi ancor più i capelli.

Quella sera credo sia successo: tanti di quegli anni che tolgo via dal legno, li hai visti tutti su di me, uno a uno, fino all’ultimo.

Ho cercato di incontrarti ancora non so più quante volte, senza mai riuscirci. I nostri portoni si affacciano su strade diverse e mi limito ormai ad assistere solo a ciò che accade dietro quella tua finestra.

Ti senti mai solo, amore mio? Cerchi mai qualcosa, al di là del vetro, di cui la tua vita ti sta privando? Se io sparissi, mi cercheresti?

A volte m’immagino di fronte a te, col coraggio negli occhi di dirti: «Ciao, mi chiamo Anna» e poi oso nel sognare che mi afferri la mano, con lentezza, che me la apri baciandomi il palmo.

Non so più quanti baci custodiscano i miei pugni vuoti.

***

E’ il terzo giorno che la signora Iole salta il suo appuntamento mattutino e che di sera, pur con le tapparelle sollevate, le luci nella stanza restano spente.

Non escludo pertanto che la povera signora Iole sia morta nel suo letto, forse ancora con il trucco fuso e il mollettone appoggiato sul comodino.

Ma a conti fatti, dev’essere senz’altro trapassata di giorno, la defunta signora Iole, per via delle serrande, forse proprio mentre preparava il suo tè delle sette e mezzo.

Cerco d’immaginarne il cadavere anche mentre entro nel box della reception, con il sorriso contraffatto e lo sguardo muto per non tradire le imprecazioni che nascono a fior di labbra per i clienti che pretendono il loro taxi entro dodici minuti e tre secondi. Esatti.

Odio i clienti. Almeno tanto quanto la defunta signora Iole, in decomposizione nella sua stanza, con il suo circense mollettone di strass.

Chissà se sarà stata aggredita o sarà stato invece un malore. Se il suo telefono squillerà a vuoto nella stanza. Se i suoi occhi saranno aperti o chiusi. Se avrà gridato prima di morire.

Al mio rientro, vedo che le tapparelle sono ancora sollevate. E il giorno dopo ancora, la signora Iole non c’è, alla finestra. Sì, credo ormai che la defunta signora Iole sia piuttosto morta.

***

Cercami. Io sono qui. Non conosco altro che la mia assenza per sperare d’essere dentro di te.

***

Neanche una Iole nella bottoniera dei campanelli. O una Iolanda. Solo una Anna Ioleandri. E’ quindi possibile che la defunta signora Iole si chiamasse Anna Ioleandri.

Chissà se ci sono piante nell’appartamento della defunta Iole Anna. Magari piante solidali che stanno decomponendosi insieme a lei. E cosa aveva indosso mentre trapassava. Forse ancora la sua vestaglia. Lilla. Un colore che proprio non si addice a un cadavere. Ma certo è ovvio, non credo che la defunta Iole Anna sappia o abbia mai saputo come si muore con decenza. Anzi, avrà pure da morta una sua posa scomposta e inopportuna.

Sì, mi piace il nome Ioleanna. Qui giace la signora Ioleanna che ignorava ogni cosa, soprattutto se stessa.

Questa sera, però, le tapparelle del suo appartamento sono abbassate e le luci accese.

Se non è il becchino che è venuto a prendersela, è probabile che la defunta Ioleanna non sia poi così defunta.

Buon per lei.

 

Poesia Onesta 2015A sinistra, la sottoscritta. A destra, l’assessore alla cultura Angese Tramonti.


Una recensione del mio “Bowling e margherite”

Il club dei libri ha letto il mio “Bowling e margherite”, edito dalla Las Vegas edizioni nel 2011, e mi coccola con questa recensione.


All’incirca

orologio a pareteIn casa, appeso in soggiorno, ho un orologio a parete, di quelli analogici con i numeri scritti sul quadrante e le lancette che ci passeggiano sopra a vista.

E’ un orologio pigro, il mio. Non so se perché gli orologi, col passare degli anni, tendano ad assomigliare ai proprietari, ma tant’è. Il mio, ogni tanto, perde qualche minuto e devo andare lì, con le dita, a muovere in avanti la lancetta.

Questa cosa che puoi di fatto toccare il tempo, mi è sempre piaciuta tanto. Che puoi spostarlo a mano. Non è come rimettere l’ora esatta di un display digitale, con un impersonale touchscreen o un tastino da premere. No, tu vai proprio lì, sul quadrante, ed eserciti una pressione fisica sulla lancetta.

E ti accorgi che il tempo, dopotutto, è leggero e maneggevole. Si limita a una resistenza lieve, quasi rotonda contro il polpastrello, quel tanto da sollecitare la volontà, ma niente di più; si lascia spostare in quel suo movimento circolare, fatto d’aria (e pure di polvere).

Che poi guardi il risultato e pensi: tutto qui? Ho appena spostato in avanti il Tempo. Ti ripeti la frase: ho spostato il tempo, guardi lo scarto dei minuti che hai perso. Ti chiedi: ma li ho davvero persi? Se rimettessi la lancetta dov’era prima, quindi, li riguadagnerei?

Ho l’impressione che questo mio orologio cerchi ogni volta di comunicarmi qualcosa. Forse semplicemente: cambiami, ché un orologio pigro non è un orologio; il tempo è esatto, io no.

Ma in fondo, il tempo esatto non esiste. Gli orologi segnano un tempo che non coincide mai con il mio. Quindi esatto per chi?

E quei minuti allentanti come un elastico troppo usato, mi piacciono così come sono – asincroni rispetto agli altri – anche quando rischiano di farmi arrivare tardi.

Il mio orologio tende ad avere una personalità propria e io la rispetto.

Ho sempre avuto questo strano rapporto con gli orologi. Per esempio, quello che avevo in auto, nella mia vecchia Clio, analogico pure quello, aveva la luce difettosa. Pertanto di sera, col cruscotto illuminato, lui restava al buio, come se dormisse. E se volevo vedere l’ora, dovevo andare lì, ticchettarci sopra con il dito e lui si accendeva.

L’ora che riportava non era mai quella esatta, siamo d’accordo, però era sempre quella più giusta possibile: all’incirca.


La collezione Lancourt in versione galattica

Quando si dice una recensione originale.

Guida galattica per cuochi di Simone Borselli si prende cura della mia Collezione e della mia pancia.


Invecchio i libri

Libro apertoC’è stato un periodo della mia vita in cui sono stata molto gelosa dei miei libri, tanto che li sfogliavo con estrema cautela, aprendo il volume con studiata misura, il minimo necessario per infilare lo sguardo fra le pagine, evitando l’esercizio di una pressione eccessiva sulla rilegatura.

Ecco, sì, ritengo che fanatismo sia il termine esatto.

Oggi che mi reputo maturata –  ma sono punti di vista, diciamo quantomeno cresciuta in termini di età – il mio rapporto con il libro si è capovolto. Non tanto nella lettura in sé, che è rimasta molto simile a se stessa anche se di certo è più consapevole, quanto nell’approccio fisico con il libro: apro bene le pagine, le spalanco alla lettura, le schiaccio se necessario, piego all’occorrenza l’angolo in alto della pagina.

Spesso, se una frase mi genera un sussulto perché rivela un pensiero in agguato, un ricordo, una corrispondenza, piego addirittura la pagina a metà per lasciare la presenza di un passaggio, come una ruga, conferendo al libro un’identità precisa che forse è la mia stessa, perché in fondo la sottolineatura tracciata è simile a quella definita in qualche modo dentro di me.

Le mie letture migliori sono sempre quelle che, girata l’ultima pagina, fanno assomigliare il libro a un oggetto spossato. Difficile poi separarsene subito costringendolo nella mia libreria. Di solito lo lascio respirare ancora un po’ sopra qualche mobile, bene in vista, con il suo segnalibro di fortuna a riposo fra una pagina e l’altra: un biglietto del treno, un disegno di mia figlia, un nastro di raso.

E’ vero, lo ammetto: un libro sotto la mia lettura invecchia. Però mi dico che – forse – è così perché lo faccio vivere.

D’altronde non è giusto che, invecchiare, io sia la sola a farlo.


“La collezione Lancourt” Presentazione del 28 giugno 2013

Un assaggio fotografico della presentazione tenutasi presso la Feltrinelli di Ancona il 28 giugno

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A destra: la bravissima relatrice Olivia Ulivi

Con la relatrice Olivia Ulivi

Per maggiori informazioni:

http://www.lasvegasedizioni.com/catalogo/las-cerezitas/la-collezione-lancourt/