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Di nodi e paradossi (parlo con Gianluca Minotti)

Non è segreta l’amicizia che lega me e Gianluca Minotti iniziata ormai nel 2011 in occasione di un’intervista per il mio primo libro.

Non potevo dunque lasciarmi sfuggire questa chicca: intervistare lui all’uscita del suo primo libro.

Anche se a dirla tutta, non è corretto parlare di primo libro.

Intanto però lo verifico: è vero, Gianluca? Uscirà il tuo non-primo libro? È ufficiale?

Sembrerebbe di sì. Uscirà a breve: è tutto pronto. E sebbene questo non sia propriamente il mio primo libro, in realtà è come se lo fosse. Per tante ragioni: è una sorta di risarcimento, un nuovo inizio, l’occasione per sciogliere i nodi che mi portavo dentro da un po’. Da anni. Di scioglierli e riannodarli, però.

Quindi si potrebbe anche dire che tu sia un tessitore, ma conoscendoti per quello che ti conosco, preferirei definirti “un annodatore”. Ti piace questa immagine? Secondo me è perfetta.

Sì, mi piace questa immagine, e in effetti, se ci pensi, noi impieghiamo gran parte della nostra vita a sciogliere nodi, soprattutto metaforici. L’altro giorno leggevo un articolo sul cordone ombelicale: bene, il cordone ombelicale ha una forma tortuosa perché le due arterie e la vena sono attorcigliate tra loro. La vita tende al groviglio e noi perdiamo un sacco di tempo a districare nodi quando invece se fossimo tutti annodati gli uni agli altri, ci reggeremmo in piedi tutti e nessuno cadrebbe. E poi, prima del cordone ombelicale, cosa ti viene in mente? Prima del feto, dico: due corpi intrecciati che fanno l’amore. Annodati, appunto.

E annodato al libro c’è anche un titolo? Si può dire oppure è ancora segreto?

Si chiama Storia dell’uno e dell’altro e uscirà per Ottotipi edizioni, una casa editrice indipendente che giovedì 14 giugno, alle 19:30, presso la libreria di Roma “L’Altracittà”, in via Pavia 106, si presenterà al pubblico. E dunque, se il mio libro esce, il merito va alla casa editrice e a Francesco Formaggi, che ne cura la collana Fuochi. EFrancesco che per primo ha letto ciò che stavo scrivendo e mi ha sottoposto alla casa editrice. Io neanche ci pensavo a una casa editrice, anche perché quando lui mi ha letto, il lavoro non era terminato. Francesco mi ha dato dei consigli, mi ha fatto riflettere su alcune questioni che, come capita in questi casi, chi scrive non focalizza in pieno. È fondamentale incontrare qualcuno che ci riveli ai nostri stessi occhi.

E dato che siamo in tema “rivelazioni”, possiamo anche anticipare che non si tratta di un romanzo? Ecco, di fatto l’ho appena svelato.

No, non è un romanzo: è un quaderno di racconti, alcuni brevi, brevissimi, legati tra loro, dove tornano gli stessi personaggi, e i personaggi si chiamano l’uno, l’altro, X, Maria, il narratore, Y, il signor Q, la signora W. Ognuno di loro è, forse, il completamento degli altri. O esattamente il contrario: l’impossibilità di essere altro da sé, di stabilire delle relazioni, nonostante ci sia il narratore che lungo la storia tenti in tutti i modi di rimediare a questa solitudine che egli stesso ha suscitato.

Comunque, guarda, ecco la copertina:

storie dell'uno e dell'altro

Ecco, grazie, perché l’ho letto ma la copertina mi mancava in effetti.

Il tuo libro, lo sai perché te l’ho già detto tante volte, mi è piaciuto molto. In tutti i suoi paradossi, i suoi labirinti di specchi, i suoi falsopiani.

C’è tutta la tua testa contorta, se posso dirlo. Posso dirlo?

Puoi dirlo, sì.

Hai presente quando al buio, salendo le scale, cerchi con il piede l’ultimo gradino che non c’è? Ecco, i tuoi racconti sono quel gradino che non c’è, secondo me.

Anche se – mi sento di comunicartelo nel caso non te ne fossi reso conto – i tuoi non sono racconti veri e propri. Hai inventato una nuova formula? Tipo, chessò, la formula Minotti.

Io credo che chiunque si metta a scrivere inventi una propria formula: un proprio modo di guardare alle cose, un punto di vista, un’angolazione. È banale dirlo, ma è così. Io ho la formula Minotti e tu la formula Giacchetta. E a proposito: ti ricordi quando abbiamo provato a scrivere una cosa insieme rispettando esattamente questo, e cioè, che ognuno conservasse la propria formula?

Il nostro romanzo a quattro mani, certo che me lo ricordo.

È stata una bellissima esperienza perché, nonostante poi il libro sia rimasto incompiuto, da quell’esperimento sono nati dei personaggi che poi sono cresciuti e hanno preso strade diverse. Dico questo perché alcuni di quei miei personaggi sono confluiti in Storia dell’uno e dell’altro.

Sono molto affezionata a quei personaggi. E non intendo solo a quelli che hanno trovato una loro dimensione, ma anche agli altri, quelli che se ne stanno ancora lì ad aspettare.

Digressione a parte, io so – ma chi ci legge magari no – che tu sei un lettore seriale e recidivo, che leggi di tutto e tanto e che se solo ti mancasse un nuovo libro in casa, ti ritroveresti a leggere l’elenco del telefono. In questo patrimonio di letture che ti ritrovi, cosa citeresti? È sempre difficile fare una scelta così selettiva, ma dimmi qualcosa che ti ha ispirato o che abbia creato una suggestione nella quale ti sei mosso o dove immagini di muoverti.

Tutto ciò che ho letto mi è servito a qualcosa e mi ha formato, nel bene e nel male. Tu prima parlavi di elenchi telefonici e quindi potrei intanto dirti un titolo, L’elenco telefonico di Atlantide, di Tullio Avoledo, perché già un titolo così è folgorante. Ma se dovessi fare quattro nomi direi: Cortázar, Kafka, Bolaño e Parise. Il Parise dei Sillabari. Di Kafka fammi parlare di un racconto brevissimo: Un fatto d’ogni giorno, s’intitola. È la storia di uomo, chiamato A, che deve concludere un affare con B. Questo affare non si concretizzerà, e non si concretizzerà per il semplice fatto che A e B non riusciranno a incontrarsi perché, mentre la prima volta per raggiungere B, che abita in un’altra città, A impiega dieci minuti, la seconda volta, senza che nessuna circostanza sia diversa, per coprire la stessa distanza A impiega dieci ore, e naturalmente non trova B, che intanto è andato a cercarlo. Ecco, questa breve narrazione mette in scena un conflitto: piega il tempo, lo comprime e lo dilata per significare come niente nella nostra vita sia scontato: è come una equazione che però non torna. È una incognita o un enigma. Io sono affascinato da queste narrazioni in cui niente è ciò che sembra, e nel succedersi delle frasi è come se improvvisamente si aprano degli squarci, degli inciampi che rompono il piano della realtà. O meglio: il piano di una realtà consolatoria. È un po’ quello che dicevi tu prima quando parlavi dei gradini. Ma mi sto dilungando?

Sì, ti dilunghi come sempre, per fortuna. Quindi, continua.

Bene. Qualcosa di simile a ciò che succede nel racconto di Kafka, accade in un racconto di Roberto Bolaño che si intitola Chiamate telefoniche. E ora che ci penso, anche in un bellissimo racconto che ho scoperto da poco: L’originale di Giorgia, di Paolo Zanotti. Ecco, lo so, parlo troppo: e invece di parlare di ciò che ho scritto, mi metto a parlare dei racconti altrui, ma se lo faccio è perché io sono essenzialmente un lettore. Un lettore felice, direi, perché mi capita di leggere libri bellissimi e perché penso una cosa che poi dicono tutti, e che però è vera: se vuoi scrivere non puoi prescindere dal leggere parecchio. E comunque non è che bisognerebbe leggere con la finalità di scrivere. Io per lunghi periodi della mia vita mi sono fatto bastare di essere un lettore. E te lo dico subito: se mi capiterà di fare delle presentazioni, vorrei poter leggere alcune pagine che mi piacciono. Non mie. Leggere il racconto di Kafka, per esempio, o quello di Zanotti. C’è un filo che lega questi racconti. C’è un filo che ci lega gli uni agli altri. Certe volte ne sono convinto, altre no: dipende un po’ dal mio stato d’animo, credo.

In effetti, ora che ci penso, in uno dei tuoi racconti di Storia dell’uno e dell’altro, il narratore si mette a fare una cosa: stende dei fili di bucato che collegano i balconi dei palazzi dove vivono i personaggi. Dei fili di bucato che consentano ai personaggi di scambiarsi i panni, di avere sempre una camicia fresca di bucato da indossare.

Sì, un modo per unirli, per consentire agli uni di essere al contempo gli altri.

Dici che è per questo, allora, che il mio dirimpettaio oggi è uscito di casa contrariato per andare in ufficio? Indossava il mio miniabito rosso. Forse dovrei iniziare a fare del bucato più cortese.

Senti, ma da quanto tempo porti avanti questo progetto? Non quello dei fili del bucato, parlo del progetto di questo tuo libro in uscita.

Da un paio di anni, da quando, cioè, mi sono reso conto di avere scritto per molto tempo racconti che erano accomunati tra loro da diversi elementi: erano dolenti e paradossali, e sembravano scritti da qualcuno che ha uno sguardo alieno sul mondo. Ed erano già collegati tra loro, perché c’erano dei rimandi, perché i personaggi tornavano, perché l’uno faceva luce o ombra all’altro. Poi, una volta presa coscienza del fatto che la mia scrittura convergeva su alcuni punti e nodi precisi, mi sono messo a lavorare più in profondità. Ero affascinato dall’idea che la vita è discontinua e dal fatto che nonostante questa discontinuità ci siano però dei momenti in cui tutto sembra sintetizzarsi in una sorta di grumo, convergere e acquisire senso: fino a un attimo prima è tutto buio e noi neanche ci rendiamo ben conto di essere vivi, poi ci accade un qualcosa, magari anche banale, e dentro la nostra testa si accende la luce, e allora ecco che tentiamo di ordinare i fatti per darci una spiegazione relativa al nostro esistere qui e ora. Io sono interessato a questi momenti di lucida consapevolezza in cui però spesso si ha anche quello che John Barth chiamava “sguardo cosmico”. Vedere troppo lucidamente se stessi, può paralizzare.

A sentirti parlare, Gianluca, sembra quasi che un lettore debba aspettarsi una scrittura oscura e sofferente. Invece no, anche nel suo costrutto sofisticato ed elegante, la tua scrittura è sempre vivace.

In fondo la conosco, no? Scrivere a quattro mani ci ha permesso di conoscerci da questo punto di vista.

A questo proposito, mi ricordo che il personaggio di X – uno dei personaggi presenti in Storia dell’uno e dell’altro era già nato quando abbiamo iniziato a scrivere insieme. Tu lo portasti come contributo e io creai, fra gli altri, il personaggio di Lucilla, te la ricordi? Lucilla era molto incuriosita da X.

Poi però X ha trovato una diversa strada con te, mentre lei è rimasta in quella dimensione, a vivere sotto l’appartamento di X ormai sfitto.

Lucilla mi scrive ogni tanto e mi chiede di lui, di X. Mi chiede se sta bene, se tornerà in qualche modo. Mi chiede anche di spedirle il libro che uscirà, per leggere di lui, per capire che fine abbia fatto.

Certo che mi ricordo di Lucilla, e credo che se ne ricordi anche X. Anzi, sono convinto che in qualche modo Lucilla sia uno dei rimpianti di X, per cui non escludo che sarà lo stesso X a spedire una copia del libro a Lucilla. Magari con una dedica. Perché vedi, il fatto è che un giorno X e Lucilla potrebbero incontrarsi di nuovo, e non è detto che quando accadrà noi lo sapremo. Però potremo dedurlo: quando Lucilla non ti scriverà più sarà perché lei e X si saranno ritrovati.

Ecco: qui se non smettiamo di chiacchierare finisce che il piano della finzione prende il sopravvento su quello della realtà, sempre ammesso che poi esista un piano della finzione e un piano della realtà, ognuno ben distinto dall’altro. Io per esempio vivo al quinto piano e ti assicuro che vivere al quinto piano non è come vivere al terzo piano o al settimo. Il quinto piano – che negli edifici americani corrisponde al cinquantacinquesimo – credo che sia il piano in cui la realtà e la finzione si intersecano.

Ho capito cosa stai cercando di dirmi: che tu non esisti. Ma io l’ho sempre sospettato.

Nel dubbio, metterò comunque il link del tuo libro.

http://www.ottotipiedizioni.it/libri/

Allora adesso posso andarmene? Grazie, Manuela: senti, ma dov’è l’uscita? Non trovo l’uscita.

Ah, scusa, forse non te l’ho detto: l’uscita non c’è.

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I numeri di Anna Recanatini

Questo è il racconto con cui mi sono classificata al secondo posto nella “Sezione racconto inedito” del Premio letterario Antonio Fogazzaro 2017

Premio letterario Antonio Fogazzaro 2017 (Villa Gallia – Como)

I NUMERI DI ANNA RECANATINI

 

 

Sulla lapide di Anna Recanatini si legge:

 

Qui giace Anna Recanatini che nacque, visse e morì.

 

Non viene riportata nessuna data, nessuna cifra.

Uno strano fatto, se si considera l’abitudine di catalogare ogni evento con delle coordinate numeriche.

In effetti, fossero state riportate con estrema esattezza, cos’altro avremmo saputo in più? Soltanto che la forbice di tempo chiamata vita, per Anna Recanatini durò 27.375 giorni, 13 ore e 8 secondi, ovvero l’equivalente di 75 anni, più o meno.

Magari avremmo potuto leggere che nella sua vita, Anna Recanatini realizzò 74 torte di mele, 108 crostate e 1218 ciambelle fritte

attaccò 75.045 bottoni

prese 41.590 caffè

avvistò 18 stelle cadenti

uccise 7 scorpioni e 2 vipere

pronunciò la parola “cortesia” – nelle sue declinazioni – 18.235 volte

acquistò 13 paia di occhiali, di cui 5 da presbite

conservò 21 orologi, sveglie incluse

cadde dalla bicicletta 12 volte

subì 3 aborti

piantò 16 alberi da frutto

aspettò Edoardo 2 volte

ruppe 31 bicchieri di vetro e 15 piatti, di cui 6 deliberatamente

le vennero estratti 12 denti

inciampò nell’ultimo gradino di una scala 11 volte

ricevette 19 rose rosse

realizzò 44 viaggi in treno

si sentì felice senza motivo apparente 98 volte

subì 7 interventi

guardò il telefono squillare senza rispondere 34 volte, di cui 12 nello stesso giorno

imparò a memoria 3 poesie e 6 canzoni

mangiò 3.879 polpette e 8.742 mele

cercò di stabile il confine fra cielo e mare 78 volte

avvistò 58 arcobaleni

sognò suo nipote 24 notti

morì 2 volte

accese 189 candele

catturò 18 lucciole

visse 19 volte il giorno 29 febbraio

collezionò 13 caleidoscopi, di cui uno di valore.

 

Ma non avremmo saputo molto di più. Avremmo forse intuito come Anna Recanatini visse o cosa preferisse fare, ma non chi fosse davvero. Una risultanza numerica di certo molto più complessa.

Volendo tentare, avremmo dovuto prendere in considerazione altro, i suoi 1 per esempio.

Perché, a ben vedere, fu proprio nei piccoli numeri che si annidò la vita di Anna Recanatini, numeri solitari nascosti nella moltitudine delle abitudini, numeri 1 che delinearono i suoi gusti, le sue preferenze, le sue bruciature, i suoi esperimenti, le sue scelte.

 

I numeri 1 di Anna Recanatini

 

Cucinare un risotto alle fragole

realizzare un abito da sposa

mangiare un’ostrica

vomitare un’ostrica

scrivere una poesia

sposarsi

ritardare una consegna

andare ad un concerto di Michael Nyman

uccidere un uomo

fumare la pipa

ascoltare impreparata suo figlio urlarne contro, dandole tutta la colpa della propria infelicità

accarezzare un cucciolo di leone

preparare una sacher torte

invitare a cena la famiglia De Pontis

dare uno schiaffo a suo figlio

pronunciare la parole “querulo”, “distopico” e “buggerata”

mangiare il riso con le bacchette

ubriacarsi

sedersi davanti a un pianoforte a coda, appoggiare le mani sulla tastiera e immaginare di saperlo suonare

lasciare Edoardo

tingersi i capelli di rosso

distruggere l’auto in un incidente stradale

vedere un delfino

ballare sotto la pioggia

fondere tutto l’oro di sua madre per realizzare un lingotto

andare in barca a vela

spedire il caleidoscopio preferito a suo nipote, nel giorno del suo quarto compleanno.

 

Ciononostante, neanche i suoi 1 sarebbero stati esaustivi per delineare Anna Recanatini, per comprenderla, per cercare di capire, in effetti, chi scelse d’essere. Come se Anna Recanatini fosse nascosta in un scarto numerico non visibile, in una differenza, in un esito matematico d’altra natura.

I suoi zero, per esempio.

Una lista piuttosto complicata, a dirla tutta, perché gli zero di Anna Recanatini furono sì tondi e decisi a volte, ma altre volte sofferti e combattuti.

Gli zero di Anna Recanatini furono, dopotutto, luoghi dove stipare la morale e il buon senso, le testardaggini, le tare, i suoi desideri.

Ci furono zero che Anna Recanatini si attribuì come merito, altri che si ritrovò per mancanza di coraggio. Zero che Anna Recanatini si raccontò per sentirsi forte e zero che si ripeté per non oltrepassarli.

Certo, si potrebbe far notare che esisterebbero interminabili zero nella vita di Anna Recanatini, della maggior parte dei quali Anna Recanatini non sospettò neanche l’esistenza, come per esempio mangiare una pashka, costruire un humidor o ballare una ciarda; altri zero, invece, che pur conoscendone l’esistenza, Anna Recanatini non prese mai in considerazione per una possibile enumerazione.

I suoi veri zero furono quelli che la misero di fronte a una presa di posizione, a una reazione, a una rinuncia, alla maturazione di un desiderio.

 

Gli zero di Anna Recanatini

 

Farsi un tatuaggio

visitare l‘Islanda

rubare

fumare marijuana

tradire Edoardo

fare le ombre cinesi

trovare un quadrifoglio

aprire un ombrello in casa

vedere un’aurora boreale

cogliere il senso della vita

fare la spaccata

posare nuda per un servizio fotografico

possedere un diamante

confessare a qualcuno di aver ucciso un uomo

studiare

far leggere a qualcuno la sua unica poesia

baciare una donna

lasciare Edoardo guardandolo negli occhi

prendere un brevetto di volo

mangiare il sushi

pronunciare la parola “prestidigitazione”

dire “ti voglio bene” a suo padre

vedere il sole di mezzanotte

capire l’esatto significato della parole “mordace”

avere una figlia

aprire una sartoria propria

imparare il francese

rincorrere suo figlio, quel giorno, quando uscì di casa sbattendo la porta

vedere il film “Via col vento”

buttare via un orologio rotto

salire su un pullman a due piani

imparare a ballare il tip tap

dipingere il proprio autoritratto

indossare un anello al pollice

pensare alla morte mentre stava morendo

conoscere suo nipote.

 

Eppure no, quand’anche avessimo avuto un profilo numerico ancor più dettagliato, con eventi aggiunti o sottratti, circostanziati e perfezionati, Anna Recanatini sarebbe rimasta una creatura sfuggente, vuota di tanto altro che sarebbe stato necessario sapere.

Concentrata in un altrove non numerico.

In effetti, nessun’altra frase avrebbe forse potuto riassumere in concreto Anna Recanatini, se non quella che lei stessa scelse per l’occasione:

 

Qui giace Anna Recanatini che nacque, visse e morì.


Ioleanna

Il racconto con cui mi sono classificata terza al Premio letterario Poesia Onesta 2015 per la sezione “racconto breve”:

 

La signora Iole si affaccia al balcone ogni mattina alle sette e mezzo.

Con il sole, la pioggia, la neve, la grandine, gli ufo sospesi a mezz’aria che aspettano di attaccare il mondo, la signora Iole si affaccia e prende la sua tazza di tè in vestaglia.

Tè caldo anche d’estate. E la vestaglia pure: ogni volta è la stessa. Così come il trucco impastato sulle guance in un pancotto di mascara e non so cos’altro.

Lo sguardo raggrumato negli occhi è sempre buttato verso il mio palazzo, come se davvero la signora Iole pensasse o guardasse qualcosa, ma più sicuramente con la mente spenta; forse in attesa che qualche stilla di teina accenda quei minutissimi neuroni che immagino debba pur avere nel cervello. Ma comunque pochi, perché ritengo che la signora Iole sia piuttosto stupida, per esempio dubito che conosca la data della scoperta dell’America o a quale temperatura l’acqua geli, né il momento esatto in cui iniziare a tacere. Perché di sicuro la signora Iole sarà inopportuna, e leggera, come certe pulci d’acqua.

Non riesco invece a imbastirle addosso nessun lavoro. Ma sarà di certo un’occupazione che la costringa a rientrare a casa tardi la sera, per non darle nemmeno il tempo o la voglia di sfrattare quel pesto nero dalla faccia. E dopotutto non mi interessa affatto come la signora Iole riesca a procacciarsi i soldi per il suo tè delle sette e mezzo.

Ritengo invece emblematico l’averla incontrata una sola volta e che, in quella sola volta, lei gettasse via la spazzatura. E’ poi naturale che l’associazione sgorghi spontanea.

Non ho potuto fare a meno di notare lo smalto rosso scheggiato sulle unghie, lo sguardo fuggiasco di chi non ha niente da esprimere, i capelli appesi come stracci a quel mollettone di strass.

Non ho saputo resistere: l’ho salutata, per provocarla.

«Buonasera.»

Non ha nemmeno alzato lo sguardo, la signora Iole, mentre masticava il suo buonasera sbrigativo.

Mai nessuno che si affacci a quel balcone: mai un uomo, una donna, un bambino, un gatto. Soltanto lei. Iole. Che sia poi un diminutivo è possibile: ci si sbriga a pronunciare il suo nome purché finisca in fretta.

Sono due giorni però che la signora Iole manca al suo appuntamento delle sette e mezzo, benché le tapparelle della finestra siano alzate notte e giorno.

I casi sono due: o è malata o ha semplicemente finito il tè, la povera signora Iole.

***

Mi piacerebbe ascoltarti pronunciare il mio nome almeno una volta, nella mia vita. Sentirti dire: “Ciao, Anna” con la tua voce bassa, fatta della stessa consistenza del tuo mondo oscuro. Una voce che ricorda un qualche tipo di blu, di certi abissi mai raggiunti.

Non conosco altro di te che questo abisso.

So soltanto che ti affacci ogni mattina, che scosti la tenda e che guardi fuori verso la mia finestra; ed io resto immobile a immaginare il tuo sguardo e a sognare che sia lì per me.

Indossi spesso un completo scuro, una cravatta. T’invento attraversare le giornate in luminosi spazi dalle enormi finestre.

Ti ho incontrato una sola volta, nel cortile. Ho sentito i tuoi occhi guardarmi, e poi premere, come mi sezionassero.

Mi hai salutata e ho tremato tanto da non riuscire a risponderti, col respiro aggrappato al tuo. Non ho avuto, mai un istante, il coraggio di guardarti: temevo vedessi le mie rughe, il mio trucco disfatto, ma soprattutto che leggessi ogni cosa, che la mia passione scivolasse via da me, evidente.

Ho infilato le unghie nella spazzatura più che ho potuto per nascondere i graffi sulle dita, le mie nocche rovinate.

Mi dico che avrai saputo leggere la fine di una giornata di lavoro, mi convinco che sarai stato capace di vedere oltre. Restauro mobili, lo sai? No, non che puoi saperlo. Ma uso le mani per grattare via l’età dal legno.

Capita spesso, nella solitudine della polvere di quella vernice ostinata, di avere la sensazione che le schegge di tanta vecchiezza mi finiscano addosso, accentuandomi una ruga, increspandomi ancor più i capelli.

Quella sera credo sia successo: tanti di quegli anni che tolgo via dal legno, li hai visti tutti su di me, uno a uno, fino all’ultimo.

Ho cercato di incontrarti ancora non so più quante volte, senza mai riuscirci. I nostri portoni si affacciano su strade diverse e mi limito ormai ad assistere solo a ciò che accade dietro quella tua finestra.

Ti senti mai solo, amore mio? Cerchi mai qualcosa, al di là del vetro, di cui la tua vita ti sta privando? Se io sparissi, mi cercheresti?

A volte m’immagino di fronte a te, col coraggio negli occhi di dirti: «Ciao, mi chiamo Anna» e poi oso nel sognare che mi afferri la mano, con lentezza, che me la apri baciandomi il palmo.

Non so più quanti baci custodiscano i miei pugni vuoti.

***

E’ il terzo giorno che la signora Iole salta il suo appuntamento mattutino e che di sera, pur con le tapparelle sollevate, le luci nella stanza restano spente.

Non escludo pertanto che la povera signora Iole sia morta nel suo letto, forse ancora con il trucco fuso e il mollettone appoggiato sul comodino.

Ma a conti fatti, dev’essere senz’altro trapassata di giorno, la defunta signora Iole, per via delle serrande, forse proprio mentre preparava il suo tè delle sette e mezzo.

Cerco d’immaginarne il cadavere anche mentre entro nel box della reception, con il sorriso contraffatto e lo sguardo muto per non tradire le imprecazioni che nascono a fior di labbra per i clienti che pretendono il loro taxi entro dodici minuti e tre secondi. Esatti.

Odio i clienti. Almeno tanto quanto la defunta signora Iole, in decomposizione nella sua stanza, con il suo circense mollettone di strass.

Chissà se sarà stata aggredita o sarà stato invece un malore. Se il suo telefono squillerà a vuoto nella stanza. Se i suoi occhi saranno aperti o chiusi. Se avrà gridato prima di morire.

Al mio rientro, vedo che le tapparelle sono ancora sollevate. E il giorno dopo ancora, la signora Iole non c’è, alla finestra. Sì, credo ormai che la defunta signora Iole sia piuttosto morta.

***

Cercami. Io sono qui. Non conosco altro che la mia assenza per sperare d’essere dentro di te.

***

Neanche una Iole nella bottoniera dei campanelli. O una Iolanda. Solo una Anna Ioleandri. E’ quindi possibile che la defunta signora Iole si chiamasse Anna Ioleandri.

Chissà se ci sono piante nell’appartamento della defunta Iole Anna. Magari piante solidali che stanno decomponendosi insieme a lei. E cosa aveva indosso mentre trapassava. Forse ancora la sua vestaglia. Lilla. Un colore che proprio non si addice a un cadavere. Ma certo è ovvio, non credo che la defunta Iole Anna sappia o abbia mai saputo come si muore con decenza. Anzi, avrà pure da morta una sua posa scomposta e inopportuna.

Sì, mi piace il nome Ioleanna. Qui giace la signora Ioleanna che ignorava ogni cosa, soprattutto se stessa.

Questa sera, però, le tapparelle del suo appartamento sono abbassate e le luci accese.

Se non è il becchino che è venuto a prendersela, è probabile che la defunta Ioleanna non sia poi così defunta.

Buon per lei.

 

Poesia Onesta 2015A sinistra, la sottoscritta. A destra, l’assessore alla cultura Angese Tramonti.


Una recensione del mio “Bowling e margherite”

Il club dei libri ha letto il mio “Bowling e margherite”, edito dalla Las Vegas edizioni nel 2011, e mi coccola con questa recensione.


All’incirca

orologio a pareteIn casa, appeso in soggiorno, ho un orologio a parete, di quelli analogici con i numeri scritti sul quadrante e le lancette che ci passeggiano sopra a vista.

E’ un orologio pigro, il mio. Non so se perché gli orologi, col passare degli anni, tendano ad assomigliare ai proprietari, ma tant’è. Il mio, ogni tanto, perde qualche minuto e devo andare lì, con le dita, a muovere in avanti la lancetta.

Questa cosa che puoi di fatto toccare il tempo, mi è sempre piaciuta tanto. Che puoi spostarlo a mano. Non è come rimettere l’ora esatta di un display digitale, con un impersonale touchscreen o un tastino da premere. No, tu vai proprio lì, sul quadrante, ed eserciti una pressione fisica sulla lancetta.

E ti accorgi che il tempo, dopotutto, è leggero e maneggevole. Si limita a una resistenza lieve, quasi rotonda contro il polpastrello, quel tanto da sollecitare la volontà, ma niente di più; si lascia spostare in quel suo movimento circolare, fatto d’aria (e pure di polvere).

Che poi guardi il risultato e pensi: tutto qui? Ho appena spostato in avanti il Tempo. Ti ripeti la frase: ho spostato il tempo, guardi lo scarto dei minuti che hai perso. Ti chiedi: ma li ho davvero persi? Se rimettessi la lancetta dov’era prima, quindi, li riguadagnerei?

Ho l’impressione che questo mio orologio cerchi ogni volta di comunicarmi qualcosa. Forse semplicemente: cambiami, ché un orologio pigro non è un orologio; il tempo è esatto, io no.

Ma in fondo, il tempo esatto non esiste. Gli orologi segnano un tempo che non coincide mai con il mio. Quindi esatto per chi?

E quei minuti allentanti come un elastico troppo usato, mi piacciono così come sono – asincroni rispetto agli altri – anche quando rischiano di farmi arrivare tardi.

Il mio orologio tende ad avere una personalità propria e io la rispetto.

Ho sempre avuto questo strano rapporto con gli orologi. Per esempio, quello che avevo in auto, nella mia vecchia Clio, analogico pure quello, aveva la luce difettosa. Pertanto di sera, col cruscotto illuminato, lui restava al buio, come se dormisse. E se volevo vedere l’ora, dovevo andare lì, ticchettarci sopra con il dito e lui si accendeva.

L’ora che riportava non era mai quella esatta, siamo d’accordo, però era sempre quella più giusta possibile: all’incirca.


La collezione Lancourt in versione galattica

Quando si dice una recensione originale.

Guida galattica per cuochi di Simone Borselli si prende cura della mia Collezione e della mia pancia.


Invecchio i libri

Libro apertoC’è stato un periodo della mia vita in cui sono stata molto gelosa dei miei libri, tanto che li sfogliavo con estrema cautela, aprendo il volume con studiata misura, il minimo necessario per infilare lo sguardo fra le pagine, evitando l’esercizio di una pressione eccessiva sulla rilegatura.

Ecco, sì, ritengo che fanatismo sia il termine esatto.

Oggi che mi reputo maturata –  ma sono punti di vista, diciamo quantomeno cresciuta in termini di età – il mio rapporto con il libro si è capovolto. Non tanto nella lettura in sé, che è rimasta molto simile a se stessa anche se di certo è più consapevole, quanto nell’approccio fisico con il libro: apro bene le pagine, le spalanco alla lettura, le schiaccio se necessario, piego all’occorrenza l’angolo in alto della pagina.

Spesso, se una frase mi genera un sussulto perché rivela un pensiero in agguato, un ricordo, una corrispondenza, piego addirittura la pagina a metà per lasciare la presenza di un passaggio, come una ruga, conferendo al libro un’identità precisa che forse è la mia stessa, perché in fondo la sottolineatura tracciata è simile a quella definita in qualche modo dentro di me.

Le mie letture migliori sono sempre quelle che, girata l’ultima pagina, fanno assomigliare il libro a un oggetto spossato. Difficile poi separarsene subito costringendolo nella mia libreria. Di solito lo lascio respirare ancora un po’ sopra qualche mobile, bene in vista, con il suo segnalibro di fortuna a riposo fra una pagina e l’altra: un biglietto del treno, un disegno di mia figlia, un nastro di raso.

E’ vero, lo ammetto: un libro sotto la mia lettura invecchia. Però mi dico che – forse – è così perché lo faccio vivere.

D’altronde non è giusto che, invecchiare, io sia la sola a farlo.