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Il chiodo fisso

chiodo fissoOgnuno di noi ha un chiodo fisso.

C’è chi ce l’ha piantato in testa, chi nello stomaco, chi nel cuore, chi nel dito. Il chiodo, di norma, si pianta da solo dove sa di resistere meglio, sennò che chiodo fisso è.

Ci sono periodi in cui ci fai colazione, ci pranzi, ci prendi l’aperitivo e ci vai a dormire. In altri invece passa in secondo piano perché tu possa fare le tue cose, tipo la tua vita, ma se ne sta lì comunque.

A volte, forse il più delle volte, gli si dà retta e diventa un obiettivo, altre un’ossessione, altre ancora un ricordo.

Col passare del tempo, inizia a fare così parte di te che non riesci nemmeno più a distinguerlo come altro da te, lo metabolizzi per illuderti di ignorarlo.

Ma se ne sta lì. E basta una cosa piccola, qualsiasi, come una musica, una parola, un agglomerato di nuvole, la foto di un viaggio, che quel chiodo faccia un giro su se stesso per richiamarti al punto: il suo. Lo senti che afferma la sua presenza nel modo in cui gli riesce meglio, perché quel chiodo ti conosce bene e ci mette un attimo a sbrindellarti il torpore. Conosce le tue debolezze, le tue frustrazioni, le tue mire, i tuoi pregi, le tue speranze, le tue paure. E usa tutto.

Allora ti siedi con pazienza e ci parli, con il tuo chiodo, gli chiedi cosa voglia ancora, gli mostri le tue possibilità, di nuovo, gli ricordi chi sei. Lui se ne sta lì, sicuro di sé e zitto. Ma tu non demordi, cerchi di fargli capire che le cose stanno così e cosà, che è complicato, che non c’è più tempo, voglia, energia, modo, maniera, età, e blà blà, ma quello incrocia le braccia e ti guarda, come se gli stessi raccontando una barzelletta.

Infatti si mette a ridere appena hai finito di parlare. E poi ti osserva, senza ridere più.

E se ne sta lì. Fisso.

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Questioni di bavero

questioni di baveroPerché a volte uno ha pure bisogno di dirsi: “Adesso basta, me ne vado.” Poi immagina di farlo in quelle due, tremila occasioni e non lo fa mai.

E non intendo il più banale andarsene fisicamente da casa, ma un più ampio me ne vado da una situazione inaccettabile: dal  lavoro, da una amicizia, da un ricordo, da un pensiero fisso.

Andarsene.

L’inquadratura tipica di una sagoma di spalle che cammina verso l’orizzonte con il bavero alzato e la mano appena sollevata in un cenno di saluto, a chi magari sta guardando, può essere efficace. Senza tramonto, però. E la sagoma: senza faccia, perché è previsto che non dovrà mai voltarsi, pertanto non avrà bisogno di averne una. Al limite, potrà avere belle spalle. E il bavero del cappotto sollevato. Quello sì, è fondamentale.

Credo che a tutti, più o meno, piaccia l’idea di essere (o di essere stato) almeno una volta nella vita la sagoma di cui sopra: un vaffanculo elegante che cammina verso il domani. Non è poi molto importante sapere o capire dove sia diretto con esattezza: via è l’essenziale.

Soltanto uno sceneggiatore pigro e scemo non inventerebbe un degno prosieguo per quella figura che se ne sta andando verso un orizzonte non ancora allestito. Perché andarsene, quando non è fuggire, richiede sempre un certo scellerato coraggio.

L’importante, in questi casi, è non lasciare briciole alla Pollicino facendo finta di mangiare un hot dog o aver mollato un’ancora con una catena dalla lunghezza transiberiana immaginando soltanto di essersene andati. Insomma: l’importante è non tornare.

Perché si ritorna quando non si è mai davvero partiti. O quando si dice me ne vado e poi si inizia ad aspettare, che è lo stesso che non essersene mai andati e non saperselo riconoscere. In questo caso, nessun sofisticato GPS sarebbe in grado di posizionarvi in qualche dove e vi classificherebbe come dispersi abbandonandovi nei vostri labirinti.

Chi ha deciso di andarsene e se ne va, secondo me dovrebbe andare e basta. Avanti, possibilmente. Senza aspettare, né aspettarsi niente. Senza pretendere. Se possibile: senza contare su nessuno, perché quando si va, si è in una condizione di solitudine in cui nessuno può raggiungerti.

Andarsene è un’esperienza mentale, non fisica.

Poi c’è chi lo fa in modo silenzioso, standosene seduto accanto a un altro per tutta una vita e chi invece resta per sempre, anche se una sola volta si è alzato e uscendo ha detto “basta, me ne vado” e se ne è andato.

Pertanto, per non confondere nessuno, sarebbe preferibile un me ne vado plateale, di quelli che si raccontano, ti incoraggiano e ti fanno sperare. Di quelli che il bavero è sollevato e la faccia ha solo due spalle che camminano.

E se per caso aveste una vaga intenzione sappiate che, vista la stagione, anche un impermeabile può fare al caso.


Lune adulte

luna con itnerrogativoDa quando ho acquisito i rudimenti dell’astronomia, non riesco più a vedere il solo spicchio di luna. Vedo sempre l’interezza della sfera. Sempre. Vedo la sua parte illuminata a festa e, con maniacale puntualità, la sua porzione in ombra.

A differenza di mia figlia di quattro anni che vede soltanto un’affascinante fetta di luce e per quanto si impegni non riesce a concepire il concetto di luna intera, io percepisco soltanto una concreta palla illuminata di sguincio.

Di certo, questa incapacità c’entra qualcosa con la faccenda del crescere, del perdere la magia dell’incanto e bla bla bla bla bla bla. Ma non credo nemmeno sia saggio ignorare, da adulti, che la luna è una sferetta fedele che ci gira attorno. Voglio dire: non è un tatuaggio sulla pelle scura del firmamento o il suo sorriso o la ditata del figlio di qualche dio che voleva assaggiare la notte come fosse marmellata di mirtillo.

D’altronde, la mia luna in versione adulta resta ammaliante anche nel suo disincanto. Non si lascia sbiadire dal mio sguardo consapevole. Per orgoglio, per riscatto, per rivincita, per concreta oggettività, io questo non lo so.

Però mi sono detta che questa luna matura – smezzata, a spicchi, comunque affettata in qualche modo – voleva forse infondermi qualcosa, un suggerimento. E cioè che la bellezza sta soprattutto qui: nel nonostante.

In effetti, credo sia molto importante, in una vita, acquisire il nonostante. Del tipo: amo mangiare le fragole nonostante i semini che finiscono in mezzo ai denti o adoro fare i biscotti con mia figlia nonostante le codette di zucchero s’incollino ovunque fuorché sui biscotti. Ma anche: ascolto quella canzone nonostante mi renda triste o respiro il profumo dei tigli nonostante la nostalgia che mi accende.

Nel nonostante si annidano in fondo le nostre vere scelte e alla fine è forse quello che ci fa assomigliare a noi stessi.

Io guardo la mia luna adulta e mi dico che è stupenda così, nonostante lo spicchio sia un’illusione cui non potrò più credere.

Oppure, potrei sempre accogliere la teoria scientifica di mia figlia: lei sostiene che la luna è una cosa fatta di sassi che risplende al buio semplicemente “perché si mette il glitter”.

Tutto sommato mi sembra una spiegazione ragionevole.


Dopo il caffè

c affèPoco dopo il primo caffè, a volte arriva.

Un picco intenso di buon umore, una folata pazza che rasenta la felicità. Anzi no, lo ammetto: è felicità pura, fine a se stessa. Tipo una felicità che si slega e scappa, libera da qualsiasi ricordo, progetto, pensiero allegro, musica o speranza. E’ un concentrato di luce che alloggia per qualche minuto dentro il mio scheletro, i miei tendini, i miei muscoli, che elettrizza i miei globuli rossi e quelli bianchi. E di sicuro pure le piastrine.

La caffeina fa qualcosa pure al mio cervello, probabilmente lo congela, lo immobilizza, lo confonde. In quei momenti cerco di non posare l’attenzione su niente che possa turbare questo entusiasmo contromano, non cerco il pensiero scomodo per renderlo meno spigoloso o il mio pensiero nero per schiarirlo almeno per qualche istante. Sarebbe sprecato. Trattengo quel pulviscolo d’euforia senza usarlo, lo faccio debordare in un sospiro pieno e ossigenante, come una risata che lascio implodere e che mi scuote ovunque. In pratica rido dentro.

Qualche attimo dopo, l’onda si ritira così com’è venuta. Mi ritrovo nel silenzio spesso della stanza in ombra e mi congratulo per l’ottimo caffè.

Che è caffè. Solo caffè. Ve lo giuro.


Mi arrendo, amore mio

Da mesi sto cercando di definire il mio amore per te, di contenerlo in qualche modo nelle parole, ma mi arrendo.

E’ come cercare di ripiegare il pallone di una mongolfiera dentro un portagioie. Quello che mi rubi ogni giorno per indossare i miei anelli ancora troppo grandi per te.

Mamma.


Invecchio i libri

Libro apertoC’è stato un periodo della mia vita in cui sono stata molto gelosa dei miei libri, tanto che li sfogliavo con estrema cautela, aprendo il volume con studiata misura, il minimo necessario per infilare lo sguardo fra le pagine, evitando l’esercizio di una pressione eccessiva sulla rilegatura.

Ecco, sì, ritengo che fanatismo sia il termine esatto.

Oggi che mi reputo maturata –  ma sono punti di vista, diciamo quantomeno cresciuta in termini di età – il mio rapporto con il libro si è capovolto. Non tanto nella lettura in sé, che è rimasta molto simile a se stessa anche se di certo è più consapevole, quanto nell’approccio fisico con il libro: apro bene le pagine, le spalanco alla lettura, le schiaccio se necessario, piego all’occorrenza l’angolo in alto della pagina.

Spesso, se una frase mi genera un sussulto perché rivela un pensiero in agguato, un ricordo, una corrispondenza, piego addirittura la pagina a metà per lasciare la presenza di un passaggio, come una ruga, conferendo al libro un’identità precisa che forse è la mia stessa, perché in fondo la sottolineatura tracciata è simile a quella definita in qualche modo dentro di me.

Le mie letture migliori sono sempre quelle che, girata l’ultima pagina, fanno assomigliare il libro a un oggetto spossato. Difficile poi separarsene subito costringendolo nella mia libreria. Di solito lo lascio respirare ancora un po’ sopra qualche mobile, bene in vista, con il suo segnalibro di fortuna a riposo fra una pagina e l’altra: un biglietto del treno, un disegno di mia figlia, un nastro di raso.

E’ vero, lo ammetto: un libro sotto la mia lettura invecchia. Però mi dico che – forse – è così perché lo faccio vivere.

D’altronde non è giusto che, invecchiare, io sia la sola a farlo.


Cit.

Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E’ come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.

Sì, è proprio così, un sempre nel mai.” (L’eleganza del riccio – Muriel Barbery)

Un sempre nel mai.