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I numeri di Anna Recanatini

Questo è il racconto con cui mi sono classificata al secondo posto nella “Sezione racconto inedito” del Premio letterario Antonio Fogazzaro 2017

Premio letterario Antonio Fogazzaro 2017 (Villa Gallia – Como)

I NUMERI DI ANNA RECANATINI

 

 

Sulla lapide di Anna Recanatini si legge:

 

Qui giace Anna Recanatini che nacque, visse e morì.

 

Non viene riportata nessuna data, nessuna cifra.

Uno strano fatto, se si considera l’abitudine di catalogare ogni evento con delle coordinate numeriche.

In effetti, fossero state riportate con estrema esattezza, cos’altro avremmo saputo in più? Soltanto che la forbice di tempo chiamata vita, per Anna Recanatini durò 27.375 giorni, 13 ore e 8 secondi, ovvero l’equivalente di 75 anni, più o meno.

Magari avremmo potuto leggere che nella sua vita, Anna Recanatini realizzò 74 torte di mele, 108 crostate e 1218 ciambelle fritte

attaccò 75.045 bottoni

prese 41.590 caffè

avvistò 18 stelle cadenti

uccise 7 scorpioni e 2 vipere

pronunciò la parola “cortesia” – nelle sue declinazioni – 18.235 volte

acquistò 13 paia di occhiali, di cui 5 da presbite

conservò 21 orologi, sveglie incluse

cadde dalla bicicletta 12 volte

subì 3 aborti

piantò 16 alberi da frutto

aspettò Edoardo 2 volte

ruppe 31 bicchieri di vetro e 15 piatti, di cui 6 deliberatamente

le vennero estratti 12 denti

inciampò nell’ultimo gradino di una scala 11 volte

ricevette 19 rose rosse

realizzò 44 viaggi in treno

si sentì felice senza motivo apparente 98 volte

subì 7 interventi

guardò il telefono squillare senza rispondere 34 volte, di cui 12 nello stesso giorno

imparò a memoria 3 poesie e 6 canzoni

mangiò 3.879 polpette e 8.742 mele

cercò di stabile il confine fra cielo e mare 78 volte

avvistò 58 arcobaleni

sognò suo nipote 24 notti

morì 2 volte

accese 189 candele

catturò 18 lucciole

visse 19 volte il giorno 29 febbraio

collezionò 13 caleidoscopi, di cui uno di valore.

 

Ma non avremmo saputo molto di più. Avremmo forse intuito come Anna Recanatini visse o cosa preferisse fare, ma non chi fosse davvero. Una risultanza numerica di certo molto più complessa.

Volendo tentare, avremmo dovuto prendere in considerazione altro, i suoi 1 per esempio.

Perché, a ben vedere, fu proprio nei piccoli numeri che si annidò la vita di Anna Recanatini, numeri solitari nascosti nella moltitudine delle abitudini, numeri 1 che delinearono i suoi gusti, le sue preferenze, le sue bruciature, i suoi esperimenti, le sue scelte.

 

I numeri 1 di Anna Recanatini

 

Cucinare un risotto alle fragole

realizzare un abito da sposa

mangiare un’ostrica

vomitare un’ostrica

scrivere una poesia

sposarsi

ritardare una consegna

andare ad un concerto di Michael Nyman

uccidere un uomo

fumare la pipa

ascoltare impreparata suo figlio urlarne contro, dandole tutta la colpa della propria infelicità

accarezzare un cucciolo di leone

preparare una sacher torte

invitare a cena la famiglia De Pontis

dare uno schiaffo a suo figlio

pronunciare la parole “querulo”, “distopico” e “buggerata”

mangiare il riso con le bacchette

ubriacarsi

sedersi davanti a un pianoforte a coda, appoggiare le mani sulla tastiera e immaginare di saperlo suonare

lasciare Edoardo

tingersi i capelli di rosso

distruggere l’auto in un incidente stradale

vedere un delfino

ballare sotto la pioggia

fondere tutto l’oro di sua madre per realizzare un lingotto

andare in barca a vela

spedire il caleidoscopio preferito a suo nipote, nel giorno del suo quarto compleanno.

 

Ciononostante, neanche i suoi 1 sarebbero stati esaustivi per delineare Anna Recanatini, per comprenderla, per cercare di capire, in effetti, chi scelse d’essere. Come se Anna Recanatini fosse nascosta in un scarto numerico non visibile, in una differenza, in un esito matematico d’altra natura.

I suoi zero, per esempio.

Una lista piuttosto complicata, a dirla tutta, perché gli zero di Anna Recanatini furono sì tondi e decisi a volte, ma altre volte sofferti e combattuti.

Gli zero di Anna Recanatini furono, dopotutto, luoghi dove stipare la morale e il buon senso, le testardaggini, le tare, i suoi desideri.

Ci furono zero che Anna Recanatini si attribuì come merito, altri che si ritrovò per mancanza di coraggio. Zero che Anna Recanatini si raccontò per sentirsi forte e zero che si ripeté per non oltrepassarli.

Certo, si potrebbe far notare che esisterebbero interminabili zero nella vita di Anna Recanatini, della maggior parte dei quali Anna Recanatini non sospettò neanche l’esistenza, come per esempio mangiare una pashka, costruire un humidor o ballare una ciarda; altri zero, invece, che pur conoscendone l’esistenza, Anna Recanatini non prese mai in considerazione per una possibile enumerazione.

I suoi veri zero furono quelli che la misero di fronte a una presa di posizione, a una reazione, a una rinuncia, alla maturazione di un desiderio.

 

Gli zero di Anna Recanatini

 

Farsi un tatuaggio

visitare l‘Islanda

rubare

fumare marijuana

tradire Edoardo

fare le ombre cinesi

trovare un quadrifoglio

aprire un ombrello in casa

vedere un’aurora boreale

cogliere il senso della vita

fare la spaccata

posare nuda per un servizio fotografico

possedere un diamante

confessare a qualcuno di aver ucciso un uomo

studiare

far leggere a qualcuno la sua unica poesia

baciare una donna

lasciare Edoardo guardandolo negli occhi

prendere un brevetto di volo

mangiare il sushi

pronunciare la parola “prestidigitazione”

dire “ti voglio bene” a suo padre

vedere il sole di mezzanotte

capire l’esatto significato della parole “mordace”

avere una figlia

aprire una sartoria propria

imparare il francese

rincorrere suo figlio, quel giorno, quando uscì di casa sbattendo la porta

vedere il film “Via col vento”

buttare via un orologio rotto

salire su un pullman a due piani

imparare a ballare il tip tap

dipingere il proprio autoritratto

indossare un anello al pollice

pensare alla morte mentre stava morendo

conoscere suo nipote.

 

Eppure no, quand’anche avessimo avuto un profilo numerico ancor più dettagliato, con eventi aggiunti o sottratti, circostanziati e perfezionati, Anna Recanatini sarebbe rimasta una creatura sfuggente, vuota di tanto altro che sarebbe stato necessario sapere.

Concentrata in un altrove non numerico.

In effetti, nessun’altra frase avrebbe forse potuto riassumere in concreto Anna Recanatini, se non quella che lei stessa scelse per l’occasione:

 

Qui giace Anna Recanatini che nacque, visse e morì.

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Un mio racconto breve: “Il tempo è adesso”

vecchia sveglia

Lorenzo correva stringendo la mano di Agata che non riusciva a stargli dietro perché lui era più grande e più veloce.

I passi dietro di loro sembravano così vicini da raggiungerli.

“Tanto ti prendo, delinquente!”

Agata aveva il pianto in gola, ma non le usciva che un cigolìo perché tutto il fiato le serviva per correre più forte che poteva, stando solo attenta a non cadere sulla strada.

Lorenzo la strattonava a destra e a sinistra, lungo i vicoli del paese, con un “di qua”.

Erano ormai fuori del quartiere, vicino al campetto di calcio, Lorenzo si fermò davanti alla rimessa di legno, si sdraiò fulmineo a terra, calciò la piccola grata di metallo che cadde all’interno, s’incuneò dentro e le allungò la mano.

Agata si infilò rapida nella finestrella e si raggomitolò in un angolo mentre Lorenzo sistemava di nuovo la grata.

I passi grossi e veloci si fermarono a pochi metri da loro.

Agata spalancò gli occhi enormi in quelli stretti e acuti di Lorenzo che le fece cenno di stare zitta e di non muoversi.

“Dove sei, bastardello, tanto ti trovo!” gridava l’uomo.

Gli stivaloni verdi di plastica erano fermi, si interrogavano forse sulla direzione presa dai bambini.

Agata non respirava quasi, terrorizzata dal farsi sfuggire un solo singhiozzo. Lorenzo teneva i suoi occhi duri e freddi in quelli azzurri di lei, immobile.

Gli stivaloni calciarono qualcosa, poi si mossero stizziti verso posti lontani e i due iniziarono a respirare forte, rossi in faccia, con i cuori a scoppiare.

Quando si calmarono un po’, Lorenzo tirò fuori dalla tasca una sveglia di metallo.

“Gli ho preso questa, a casa” disse lui, iniziando a cercare qualcosa nella rimessa in penombra.

“Perché?” chiese lei spaventata.

“Perché mamma ci fa il tempo.”

Agata scuoteva la testa con gli occhi che galleggiavano nel pianto.

“L’altro giorno, mia madre ha girato le lancette e mi ha detto: da domani sarà più giorno.”

“Quando torni a casa lui ti darà tante botte, come sempre.”

“Qualche giorno fa era più buio, ti ricordi? E’ per questo orologio, perché sposta il tempo” disse convinto trovando un attrezzo di ferro.

“Lui ti darà tante botte” disse lei in un pianto lento, senza consolazione.

“No, quando torno a casa non sarò più un bambino.” Strinse l’attrezzo e lo sbatté piano conto il vetro della sveglia. “Adesso sposto le lancette, così, avanti, vedi? Tante, tante volte, e quando usciamo da qui saremo grandi.”

Agata guardava le lancette muoversi, ma pensava solo alle botte che avrebbe preso Lorenzo. Poi vide che il suo sguardo si animò di una luce scura.

“E quando torno a casa” aggiunse Lorenzo “lui sarà vecchio e io forte. E allora prenderò la sedia, quella grossa della cucina, e gliela spacco sulla schiena.”

Agata si strinse le ginocchia al petto e iniziò a dondolare. Non le piaceva quando Lorenzo diceva quelle cose cattive. Certo era convinta fossero giuste e se ne stava zitta, ma aveva paura che Lorenzo, un giorno, non sarebbe più tornato a chiamarla per giocare con lui.

Lorenzo, invece, perso ormai nei suoi pensieri, diventò rosso tutto a un tratto.

“E poi ti sposo, Agata. E ti darò un bacio sulla bocca.”

Agata lo ascoltava per niente consolata. Lui la guardò, trovandola più bella di sempre – non ce n’erano di bambine così belle in tutto l’universo – e decise di darglielo subito quel bacio sulla bocca perché, a pensarci bene, degli orologi non c’era da fidarsi.


Ioleanna

Il racconto con cui mi sono classificata terza al Premio letterario Poesia Onesta 2015 per la sezione “racconto breve”:

 

La signora Iole si affaccia al balcone ogni mattina alle sette e mezzo.

Con il sole, la pioggia, la neve, la grandine, gli ufo sospesi a mezz’aria che aspettano di attaccare il mondo, la signora Iole si affaccia e prende la sua tazza di tè in vestaglia.

Tè caldo anche d’estate. E la vestaglia pure: ogni volta è la stessa. Così come il trucco impastato sulle guance in un pancotto di mascara e non so cos’altro.

Lo sguardo raggrumato negli occhi è sempre buttato verso il mio palazzo, come se davvero la signora Iole pensasse o guardasse qualcosa, ma più sicuramente con la mente spenta; forse in attesa che qualche stilla di teina accenda quei minutissimi neuroni che immagino debba pur avere nel cervello. Ma comunque pochi, perché ritengo che la signora Iole sia piuttosto stupida, per esempio dubito che conosca la data della scoperta dell’America o a quale temperatura l’acqua geli, né il momento esatto in cui iniziare a tacere. Perché di sicuro la signora Iole sarà inopportuna, e leggera, come certe pulci d’acqua.

Non riesco invece a imbastirle addosso nessun lavoro. Ma sarà di certo un’occupazione che la costringa a rientrare a casa tardi la sera, per non darle nemmeno il tempo o la voglia di sfrattare quel pesto nero dalla faccia. E dopotutto non mi interessa affatto come la signora Iole riesca a procacciarsi i soldi per il suo tè delle sette e mezzo.

Ritengo invece emblematico l’averla incontrata una sola volta e che, in quella sola volta, lei gettasse via la spazzatura. E’ poi naturale che l’associazione sgorghi spontanea.

Non ho potuto fare a meno di notare lo smalto rosso scheggiato sulle unghie, lo sguardo fuggiasco di chi non ha niente da esprimere, i capelli appesi come stracci a quel mollettone di strass.

Non ho saputo resistere: l’ho salutata, per provocarla.

«Buonasera.»

Non ha nemmeno alzato lo sguardo, la signora Iole, mentre masticava il suo buonasera sbrigativo.

Mai nessuno che si affacci a quel balcone: mai un uomo, una donna, un bambino, un gatto. Soltanto lei. Iole. Che sia poi un diminutivo è possibile: ci si sbriga a pronunciare il suo nome purché finisca in fretta.

Sono due giorni però che la signora Iole manca al suo appuntamento delle sette e mezzo, benché le tapparelle della finestra siano alzate notte e giorno.

I casi sono due: o è malata o ha semplicemente finito il tè, la povera signora Iole.

***

Mi piacerebbe ascoltarti pronunciare il mio nome almeno una volta, nella mia vita. Sentirti dire: “Ciao, Anna” con la tua voce bassa, fatta della stessa consistenza del tuo mondo oscuro. Una voce che ricorda un qualche tipo di blu, di certi abissi mai raggiunti.

Non conosco altro di te che questo abisso.

So soltanto che ti affacci ogni mattina, che scosti la tenda e che guardi fuori verso la mia finestra; ed io resto immobile a immaginare il tuo sguardo e a sognare che sia lì per me.

Indossi spesso un completo scuro, una cravatta. T’invento attraversare le giornate in luminosi spazi dalle enormi finestre.

Ti ho incontrato una sola volta, nel cortile. Ho sentito i tuoi occhi guardarmi, e poi premere, come mi sezionassero.

Mi hai salutata e ho tremato tanto da non riuscire a risponderti, col respiro aggrappato al tuo. Non ho avuto, mai un istante, il coraggio di guardarti: temevo vedessi le mie rughe, il mio trucco disfatto, ma soprattutto che leggessi ogni cosa, che la mia passione scivolasse via da me, evidente.

Ho infilato le unghie nella spazzatura più che ho potuto per nascondere i graffi sulle dita, le mie nocche rovinate.

Mi dico che avrai saputo leggere la fine di una giornata di lavoro, mi convinco che sarai stato capace di vedere oltre. Restauro mobili, lo sai? No, non che puoi saperlo. Ma uso le mani per grattare via l’età dal legno.

Capita spesso, nella solitudine della polvere di quella vernice ostinata, di avere la sensazione che le schegge di tanta vecchiezza mi finiscano addosso, accentuandomi una ruga, increspandomi ancor più i capelli.

Quella sera credo sia successo: tanti di quegli anni che tolgo via dal legno, li hai visti tutti su di me, uno a uno, fino all’ultimo.

Ho cercato di incontrarti ancora non so più quante volte, senza mai riuscirci. I nostri portoni si affacciano su strade diverse e mi limito ormai ad assistere solo a ciò che accade dietro quella tua finestra.

Ti senti mai solo, amore mio? Cerchi mai qualcosa, al di là del vetro, di cui la tua vita ti sta privando? Se io sparissi, mi cercheresti?

A volte m’immagino di fronte a te, col coraggio negli occhi di dirti: «Ciao, mi chiamo Anna» e poi oso nel sognare che mi afferri la mano, con lentezza, che me la apri baciandomi il palmo.

Non so più quanti baci custodiscano i miei pugni vuoti.

***

E’ il terzo giorno che la signora Iole salta il suo appuntamento mattutino e che di sera, pur con le tapparelle sollevate, le luci nella stanza restano spente.

Non escludo pertanto che la povera signora Iole sia morta nel suo letto, forse ancora con il trucco fuso e il mollettone appoggiato sul comodino.

Ma a conti fatti, dev’essere senz’altro trapassata di giorno, la defunta signora Iole, per via delle serrande, forse proprio mentre preparava il suo tè delle sette e mezzo.

Cerco d’immaginarne il cadavere anche mentre entro nel box della reception, con il sorriso contraffatto e lo sguardo muto per non tradire le imprecazioni che nascono a fior di labbra per i clienti che pretendono il loro taxi entro dodici minuti e tre secondi. Esatti.

Odio i clienti. Almeno tanto quanto la defunta signora Iole, in decomposizione nella sua stanza, con il suo circense mollettone di strass.

Chissà se sarà stata aggredita o sarà stato invece un malore. Se il suo telefono squillerà a vuoto nella stanza. Se i suoi occhi saranno aperti o chiusi. Se avrà gridato prima di morire.

Al mio rientro, vedo che le tapparelle sono ancora sollevate. E il giorno dopo ancora, la signora Iole non c’è, alla finestra. Sì, credo ormai che la defunta signora Iole sia piuttosto morta.

***

Cercami. Io sono qui. Non conosco altro che la mia assenza per sperare d’essere dentro di te.

***

Neanche una Iole nella bottoniera dei campanelli. O una Iolanda. Solo una Anna Ioleandri. E’ quindi possibile che la defunta signora Iole si chiamasse Anna Ioleandri.

Chissà se ci sono piante nell’appartamento della defunta Iole Anna. Magari piante solidali che stanno decomponendosi insieme a lei. E cosa aveva indosso mentre trapassava. Forse ancora la sua vestaglia. Lilla. Un colore che proprio non si addice a un cadavere. Ma certo è ovvio, non credo che la defunta Iole Anna sappia o abbia mai saputo come si muore con decenza. Anzi, avrà pure da morta una sua posa scomposta e inopportuna.

Sì, mi piace il nome Ioleanna. Qui giace la signora Ioleanna che ignorava ogni cosa, soprattutto se stessa.

Questa sera, però, le tapparelle del suo appartamento sono abbassate e le luci accese.

Se non è il becchino che è venuto a prendersela, è probabile che la defunta Ioleanna non sia poi così defunta.

Buon per lei.

 

Poesia Onesta 2015A sinistra, la sottoscritta. A destra, l’assessore alla cultura Angese Tramonti.


Rumori di fondo

la tigreNon ho mai abitato in una casa singola. Non è mai capitato finora, perlomeno. Ho sempre vissuto all’interno di palazzi. No, non intendo dire castelli con torri e segrete, intendo dire: appartamenti all’interno di palazzine. A volte molto piccole, a volte troppo grandi.

Ho abitato ultimi piani, primi piani, piani di mezzo. Ne consegue che, sin da bambina, sono stata educata a non strisciare la sedia sul pavimento, a non giocare a palla dentro casa, a non correre lungo il corridoio. Poi, crescendo, a togliere le scarpe con i tacchi appena rientrata in casa, a non sbattere il tappeto fuori della finestra. Insomma: a convivere.

A volte sono stata svegliata da lanci di urla e lavatrici dai tipi dell’appartamento accanto, altre sono stata centrifugata dalla vecchia Singer di quella del piano di sopra (ma che quel rumore sordo e tremulo che faceva vibrare il soffitto fosse una macchina per cucire, l’ho capito molto dopo, in seguito ad accurate indagini che mi hanno fatto pertanto escludere che si trattasse, nell’ordine: di un terremoto, di un sofisticato congegno industriale, di un reattore nucleare abusivo).

Questi sono di certo lati negativi, ma tant’è sono ormai abituata a vivere in mezzo alle vite degli altri. Più difficile per me, invece, è stato imparare ad accettare che anche gli altri si ritrovino a vivere in mezzo all’inevitabile mia.

Oggi che vivo in una palazzina tranquilla, mi rendo conto di quanto sia affezionata ai miei rumori di fondo e che ho imparato a riconoscere. Soprattutto quelli di primo mattino.

Mi piace il tintinnio delle ceramiche del condomino della porta accanto, preceduto sempre da un atavico sbadiglio; i passi pantofolati della signora del piano di sopra che si sveglia al mio stesso orario e il gorgoglìo dell’acqua sincronizzato alle sei e mezzo; la serranda che si arrotola decisa, mentre prendo il caffè.

A volte i rumori non li sento neanche, tanto ci sono abituata. Se non mi sintonizzo sull’ascolto, li assorbo senza distinguerli o senza rendermene conto, come un elemento imprescindibile dell’aria.

Suppongo che un’esperienza simile, per chi sia abituato a vivere in una casa singola, risulterebbe insopportabile, un’invasione intollerabile della privacy.

Io ho imparato a considerarli una compagnia, una specie di animale domestico del tutto autonomo che mi chiede soltanto un uovo ogni tanto, un limone, una bustina di lievito. Poco altro.

Una specie di grosso gatto a basso consumo, abitudinario, che fa cadere un vaso di tanto in tanto.

Poi però, certo, arriva il giorno dell’assemblea di condominio. E mentre te ne stai seduta, in silenzio attonito, in mezzo a quanto accade, realizzi a un tratto perché quel micione enorme ti sembrava in effetti un po’ troppo grosso per essere un gatto.

E’ che non è un gatto.

 


Certe parole

Questo mio post uscì nel 2011 su Brown Bunny Magazine  nella categoria 1000 caratteri. Sarò nostalgica, ma oggi mi va di ripostarlo.

 

Ci sono parole, nella mia testa, che hanno un proprio registro d’ingresso.

La parola emulare, per esempio, l’ho incontrata a otto anni, a scuola, quando scelsi il poster di Candy Candy al posto di quello di Goldrake che, da maschiaccia pavida, non ebbi il coraggio di chiedere. La maestra disse a mia madre: “Ha voluto emulare le compagnette”.

Negletto, invece, l’ho letta per la prima volta a dodici anni, durante l’ora di narrativa, nella descrizione della Monaca di Monza.

La parola costipato risale al primo superiore, era la dicitura che un caro professore ci suggeriva di usare nelle giustificazioni al posto dello squallido “indisposto”, per essere creativi almeno nelle scuse delle assenze. Anche se lui, nella storia di tutta la sua carriera, ci raccontò d’esser rimasto folgorato dalla trovata: “Ho aiutato mia madre nelle pulizie di Pasqua”.

Solipsismo l’ho letta a ventidue anni, in un saggio di Umberto Eco.

Autopsia non lo so, però l’associo sempre al telefilm “Quincy”.

Obslolescenza a sedici anni e mi ricordo che era molto in voga in quel periodo. Oggi è quasi obsoleta.

Quiddità di sicuro l’anno scorso, mentre leggevo l’Ulisse di Joyce.

E zuzzurellone, credo come tutti, nel giorno in cui ho preso in mano il vocabolario per la prima volta. Anche se, con avvilita sorpresa, ho scoperto che non è più l’ultima parola del dizionario.


Camminare

CammianareMi è sempre piaciuto guardare le persone camminare. In particolare, osservare il modo in cui le gambe assecondano l’indole del proprietario o la contingenza del momento.

Le camminate ti raccontano tanto, se le guardi bene, e ce ne sono d’ogni tipo.

Ma quelle che amo di più, sopra tutte le altre, le più intense, sono quelle pericolanti. Camminate che sorreggono corpi sui quali il tempo è passato e ripassato senza sensi di colpa e che hanno sempre i piedi ben piazzati su scarpe comode, appoggiate su una rassicurante suola di gomma. Le noti perché sono concentrate su se stesse, senza nessun altro pensiero se non quello di assestare in terra un piede dietro l’altro, senza fretta, cercando solo di non cadere.

Sono agli antipodi di tutte le altre: quelle velate da un soffio scuro di 20 denari anche d’inverno, che picchettano sull’asfalto con passi corti e rapidi verso la macchina o il portone o il negozio, in fretta, più in fretta che possono, ma senza scomporre di un briciolo l’eleganza. O le camminate spavalde dei ragazzini in tumulto ormonale che rimbalzano sulla punta dei piedi. O quelle di ragazzine insicure, sepolte sotto zaini monumentali, che vanno più indietro che avanti.

Ci sono le camminate di mamme che devono andare, brigare e sbrigare per incastrare lavoro, commissioni, faccende e polpettoni, e comunque in ritardo, sempre, sulle loro tabelle di marcia. E le camminate dei bambini, con mille corse trattenute dentro, con guizzi improvvisi domati dalla mano stretta della madre, effetto aquilone.

Ci sono le camminate senza voglia di futuro, che indugiano, si fermano e poi ripartono, senza fretta né incertezze sulla direzione, ché tanto una vale l’altra. E quelle che invece tirano dritto, bisbetiche e rapide, su gambe che non vogliono essere distratte dalla propria solitudine.

E poi ci sono le camminate come la mia, incastrate sotto al volante della macchina, in fila al semaforo, a spiare tutte le altre.

 

 


Misfatto turchino

Quando ero piccola, mia madre portava me e mio fratello dall’odontotecnico.

Ci spostavamo in treno perché dovevamo raggiungere una cittadina vicina e mia madre non si fidava di prendere la macchina.

Sul perché invece andassimo in una cittadina vicina, piuttosto che restare nella nostra – ci sarà pur stato un odontotecnico, immagino – non mi è chiaro: se perché il nostro fosse più bravo o più economico o entrambe le cose, non l’ho mai chiesto.

Ricordo poco dei viaggi in treno, in fondo brevi, ricordo però la sala d’attesa, anzi: le sale d’attesa, che si dislocavano confuse le une dentro le altre, come in un labirinto, affollate di corpi, nella penombra quasi buia e sempre troppo calda. Nella mia testa si configura oggi l’immagine di un carnaio che si contrapponeva alla luce abbagliante, quasi paradisiaca, dell’ambulatorio ampio e profumato d’igiene, popolato di assistenti vestite di bianco che ti accoglievano con larghi sorrisi senza carie, anche se nessuna di loro aveva le ali.

Le attese per quel paradiso erano senza tempo e non esistevano orologi per misurarle. Io e mio fratello chiedevamo ogni cinque minuti a mia madre quando sarebbe arrivato il nostro turno e quante persone avessimo prima di noi, perché non si capiva mai: la candida assistente senza ali declamava cognomi sulla porta, in base a una lista oscura che si configurava secondo leggi a me ignote. Come se i nomi potessero coagularsi sul suo foglio, a caso, in stile jumanji.

Sopra ogni altra cosa, però, di quelle missioni odontoiatriche, ricordo il gelato che nostra madre ci comprava in stazione, mentre aspettavamo il treno che ci avrebbe riportati a casa. Il premio. Lo ricordo bene perché in quella gelateria esisteva il gusto puffo, ché dove vivevo io non s’era ancora mai visto.

Quel gusto azzurro, per me, era l’entusiasmo fatto sapore. Sapeva addirittura di chewing gum. Con esattezza, sapeva di Brooklyn, ve le ricordate le gomme piatte e lunghe che non so bene se esistano ancora, quelle però nel pacchetto bianco.

Pertanto, qualche tempo fa, quando in gelateria ho rivisto con mia sorpresa il gusto puffo, ho subito pilotato le scelte di mia figlia per comporre la sua coppetta – come ogni madre farebbe in questi casi – perché mi sarei sembrata un po’ scema con un cono gelato tutto mio al gusto puffo.

Così le ho rubato quel cucchiaino di crema turchina piena di aspettative.

Ma niente. Il misfatto.

Non sapeva di Brooklyn bianche, neanche di menta, neanche d’un remoto anice. Sapeva di zucchero a velo. Che a pensarci bene, ha molto più senso per un bambino. Ma io non cercavo il senso, io cercavo il mio sapore.

Quindi ora, quando penso al gusto puffo, mi sento un po’ confusa. Mi dico che avrei dovuto conservarne il ricordo così com’era, perché certi gusti sono irripetibili, incastrati nel loro tempo e lì dovrebbero restare.

Invece ora mi tocca dire a mia figlia: “Quando ero piccola io, il gusto puffo sapeva di chewing gum”.

E subito mi spunta un capello bianco.