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Ioleanna

Il racconto con cui mi sono classificata terza al Premio letterario Poesia Onesta 2015 per la sezione “racconto breve”:

 

La signora Iole si affaccia al balcone ogni mattina alle sette e mezzo.

Con il sole, la pioggia, la neve, la grandine, gli ufo sospesi a mezz’aria che aspettano di attaccare il mondo, la signora Iole si affaccia e prende la sua tazza di tè in vestaglia.

Tè caldo anche d’estate. E la vestaglia pure: ogni volta è la stessa. Così come il trucco impastato sulle guance in un pancotto di mascara e non so cos’altro.

Lo sguardo raggrumato negli occhi è sempre buttato verso il mio palazzo, come se davvero la signora Iole pensasse o guardasse qualcosa, ma più sicuramente con la mente spenta; forse in attesa che qualche stilla di teina accenda quei minutissimi neuroni che immagino debba pur avere nel cervello. Ma comunque pochi, perché ritengo che la signora Iole sia piuttosto stupida, per esempio dubito che conosca la data della scoperta dell’America o a quale temperatura l’acqua geli, né il momento esatto in cui iniziare a tacere. Perché di sicuro la signora Iole sarà inopportuna, e leggera, come certe pulci d’acqua.

Non riesco invece a imbastirle addosso nessun lavoro. Ma sarà di certo un’occupazione che la costringa a rientrare a casa tardi la sera, per non darle nemmeno il tempo o la voglia di sfrattare quel pesto nero dalla faccia. E dopotutto non mi interessa affatto come la signora Iole riesca a procacciarsi i soldi per il suo tè delle sette e mezzo.

Ritengo invece emblematico l’averla incontrata una sola volta e che, in quella sola volta, lei gettasse via la spazzatura. E’ poi naturale che l’associazione sgorghi spontanea.

Non ho potuto fare a meno di notare lo smalto rosso scheggiato sulle unghie, lo sguardo fuggiasco di chi non ha niente da esprimere, i capelli appesi come stracci a quel mollettone di strass.

Non ho saputo resistere: l’ho salutata, per provocarla.

«Buonasera.»

Non ha nemmeno alzato lo sguardo, la signora Iole, mentre masticava il suo buonasera sbrigativo.

Mai nessuno che si affacci a quel balcone: mai un uomo, una donna, un bambino, un gatto. Soltanto lei. Iole. Che sia poi un diminutivo è possibile: ci si sbriga a pronunciare il suo nome purché finisca in fretta.

Sono due giorni però che la signora Iole manca al suo appuntamento delle sette e mezzo, benché le tapparelle della finestra siano alzate notte e giorno.

I casi sono due: o è malata o ha semplicemente finito il tè, la povera signora Iole.

***

Mi piacerebbe ascoltarti pronunciare il mio nome almeno una volta, nella mia vita. Sentirti dire: “Ciao, Anna” con la tua voce bassa, fatta della stessa consistenza del tuo mondo oscuro. Una voce che ricorda un qualche tipo di blu, di certi abissi mai raggiunti.

Non conosco altro di te che questo abisso.

So soltanto che ti affacci ogni mattina, che scosti la tenda e che guardi fuori verso la mia finestra; ed io resto immobile a immaginare il tuo sguardo e a sognare che sia lì per me.

Indossi spesso un completo scuro, una cravatta. T’invento attraversare le giornate in luminosi spazi dalle enormi finestre.

Ti ho incontrato una sola volta, nel cortile. Ho sentito i tuoi occhi guardarmi, e poi premere, come mi sezionassero.

Mi hai salutata e ho tremato tanto da non riuscire a risponderti, col respiro aggrappato al tuo. Non ho avuto, mai un istante, il coraggio di guardarti: temevo vedessi le mie rughe, il mio trucco disfatto, ma soprattutto che leggessi ogni cosa, che la mia passione scivolasse via da me, evidente.

Ho infilato le unghie nella spazzatura più che ho potuto per nascondere i graffi sulle dita, le mie nocche rovinate.

Mi dico che avrai saputo leggere la fine di una giornata di lavoro, mi convinco che sarai stato capace di vedere oltre. Restauro mobili, lo sai? No, non che puoi saperlo. Ma uso le mani per grattare via l’età dal legno.

Capita spesso, nella solitudine della polvere di quella vernice ostinata, di avere la sensazione che le schegge di tanta vecchiezza mi finiscano addosso, accentuandomi una ruga, increspandomi ancor più i capelli.

Quella sera credo sia successo: tanti di quegli anni che tolgo via dal legno, li hai visti tutti su di me, uno a uno, fino all’ultimo.

Ho cercato di incontrarti ancora non so più quante volte, senza mai riuscirci. I nostri portoni si affacciano su strade diverse e mi limito ormai ad assistere solo a ciò che accade dietro quella tua finestra.

Ti senti mai solo, amore mio? Cerchi mai qualcosa, al di là del vetro, di cui la tua vita ti sta privando? Se io sparissi, mi cercheresti?

A volte m’immagino di fronte a te, col coraggio negli occhi di dirti: «Ciao, mi chiamo Anna» e poi oso nel sognare che mi afferri la mano, con lentezza, che me la apri baciandomi il palmo.

Non so più quanti baci custodiscano i miei pugni vuoti.

***

E’ il terzo giorno che la signora Iole salta il suo appuntamento mattutino e che di sera, pur con le tapparelle sollevate, le luci nella stanza restano spente.

Non escludo pertanto che la povera signora Iole sia morta nel suo letto, forse ancora con il trucco fuso e il mollettone appoggiato sul comodino.

Ma a conti fatti, dev’essere senz’altro trapassata di giorno, la defunta signora Iole, per via delle serrande, forse proprio mentre preparava il suo tè delle sette e mezzo.

Cerco d’immaginarne il cadavere anche mentre entro nel box della reception, con il sorriso contraffatto e lo sguardo muto per non tradire le imprecazioni che nascono a fior di labbra per i clienti che pretendono il loro taxi entro dodici minuti e tre secondi. Esatti.

Odio i clienti. Almeno tanto quanto la defunta signora Iole, in decomposizione nella sua stanza, con il suo circense mollettone di strass.

Chissà se sarà stata aggredita o sarà stato invece un malore. Se il suo telefono squillerà a vuoto nella stanza. Se i suoi occhi saranno aperti o chiusi. Se avrà gridato prima di morire.

Al mio rientro, vedo che le tapparelle sono ancora sollevate. E il giorno dopo ancora, la signora Iole non c’è, alla finestra. Sì, credo ormai che la defunta signora Iole sia piuttosto morta.

***

Cercami. Io sono qui. Non conosco altro che la mia assenza per sperare d’essere dentro di te.

***

Neanche una Iole nella bottoniera dei campanelli. O una Iolanda. Solo una Anna Ioleandri. E’ quindi possibile che la defunta signora Iole si chiamasse Anna Ioleandri.

Chissà se ci sono piante nell’appartamento della defunta Iole Anna. Magari piante solidali che stanno decomponendosi insieme a lei. E cosa aveva indosso mentre trapassava. Forse ancora la sua vestaglia. Lilla. Un colore che proprio non si addice a un cadavere. Ma certo è ovvio, non credo che la defunta Iole Anna sappia o abbia mai saputo come si muore con decenza. Anzi, avrà pure da morta una sua posa scomposta e inopportuna.

Sì, mi piace il nome Ioleanna. Qui giace la signora Ioleanna che ignorava ogni cosa, soprattutto se stessa.

Questa sera, però, le tapparelle del suo appartamento sono abbassate e le luci accese.

Se non è il becchino che è venuto a prendersela, è probabile che la defunta Ioleanna non sia poi così defunta.

Buon per lei.

 

Poesia Onesta 2015A sinistra, la sottoscritta. A destra, l’assessore alla cultura Angese Tramonti.

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