Rumori di fondo

la tigreNon ho mai abitato in una casa singola. Non è mai capitato finora, perlomeno. Ho sempre vissuto all’interno di palazzi. No, non intendo dire castelli con torri e segrete, intendo dire: appartamenti all’interno di palazzine. A volte molto piccole, a volte troppo grandi.

Ho abitato ultimi piani, primi piani, piani di mezzo. Ne consegue che, sin da bambina, sono stata educata a non strisciare la sedia sul pavimento, a non giocare a palla dentro casa, a non correre lungo il corridoio. Poi, crescendo, a togliere le scarpe con i tacchi appena rientrata in casa, a non sbattere il tappeto fuori della finestra. Insomma: a convivere.

A volte sono stata svegliata da lanci di urla e lavatrici dai tipi dell’appartamento accanto, altre sono stata centrifugata dalla vecchia Singer di quella del piano di sopra (ma che quel rumore sordo e tremulo che faceva vibrare il soffitto fosse una macchina per cucire, l’ho capito molto dopo, in seguito ad accurate indagini che mi hanno fatto pertanto escludere che si trattasse, nell’ordine: di un terremoto, di un sofisticato congegno industriale, di un reattore nucleare abusivo).

Questi sono di certo lati negativi, ma tant’è sono ormai abituata a vivere in mezzo alle vite degli altri. Più difficile per me, invece, è stato imparare ad accettare che anche gli altri si ritrovino a vivere in mezzo all’inevitabile mia.

Oggi che vivo in una palazzina tranquilla, mi rendo conto di quanto sia affezionata ai miei rumori di fondo e che ho imparato a riconoscere. Soprattutto quelli di primo mattino.

Mi piace il tintinnio delle ceramiche del condomino della porta accanto, preceduto sempre da un atavico sbadiglio; i passi pantofolati della signora del piano di sopra che si sveglia al mio stesso orario e il gorgoglìo dell’acqua sincronizzato alle sei e mezzo; la serranda che si arrotola decisa, mentre prendo il caffè.

A volte i rumori non li sento neanche, tanto ci sono abituata. Se non mi sintonizzo sull’ascolto, li assorbo senza distinguerli o senza rendermene conto, come un elemento imprescindibile dell’aria.

Suppongo che un’esperienza simile, per chi sia abituato a vivere in una casa singola, risulterebbe insopportabile, un’invasione intollerabile della privacy.

Io ho imparato a considerarli una compagnia, una specie di animale domestico del tutto autonomo che mi chiede soltanto un uovo ogni tanto, un limone, una bustina di lievito. Poco altro.

Una specie di grosso gatto a basso consumo, abitudinario, che fa cadere un vaso di tanto in tanto.

Poi però, certo, arriva il giorno dell’assemblea di condominio. E mentre te ne stai seduta, in silenzio attonito, in mezzo a quanto accade, realizzi a un tratto perché quel micione enorme ti sembrava in effetti un po’ troppo grosso per essere un gatto.

E’ che non è un gatto.

 

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Certe parole

Questo mio post uscì nel 2011 su Brown Bunny Magazine  nella categoria 1000 caratteri. Sarò nostalgica, ma oggi mi va di ripostarlo.

 

Ci sono parole, nella mia testa, che hanno un proprio registro d’ingresso.

La parola emulare, per esempio, l’ho incontrata a otto anni, a scuola, quando scelsi il poster di Candy Candy al posto di quello di Goldrake che, da maschiaccia pavida, non ebbi il coraggio di chiedere. La maestra disse a mia madre: “Ha voluto emulare le compagnette”.

Negletto, invece, l’ho letta per la prima volta a dodici anni, durante l’ora di narrativa, nella descrizione della Monaca di Monza.

La parola costipato risale al primo superiore, era la dicitura che un caro professore ci suggeriva di usare nelle giustificazioni al posto dello squallido “indisposto”, per essere creativi almeno nelle scuse delle assenze. Anche se lui, nella storia di tutta la sua carriera, ci raccontò d’esser rimasto folgorato dalla trovata: “Ho aiutato mia madre nelle pulizie di Pasqua”.

Solipsismo l’ho letta a ventidue anni, in un saggio di Umberto Eco.

Autopsia non lo so, però l’associo sempre al telefilm “Quincy”.

Obslolescenza a sedici anni e mi ricordo che era molto in voga in quel periodo. Oggi è quasi obsoleta.

Quiddità di sicuro l’anno scorso, mentre leggevo l’Ulisse di Joyce.

E zuzzurellone, credo come tutti, nel giorno in cui ho preso in mano il vocabolario per la prima volta. Anche se, con avvilita sorpresa, ho scoperto che non è più l’ultima parola del dizionario.


Camminare

CammianareMi è sempre piaciuto guardare le persone camminare. In particolare, osservare il modo in cui le gambe assecondano l’indole del proprietario o la contingenza del momento.

Le camminate ti raccontano tanto, se le guardi bene, e ce ne sono d’ogni tipo.

Ma quelle che amo di più, sopra tutte le altre, le più intense, sono quelle pericolanti. Camminate che sorreggono corpi sui quali il tempo è passato e ripassato senza sensi di colpa e che hanno sempre i piedi ben piazzati su scarpe comode, appoggiate su una rassicurante suola di gomma. Le noti perché sono concentrate su se stesse, senza nessun altro pensiero se non quello di assestare in terra un piede dietro l’altro, senza fretta, cercando solo di non cadere.

Sono agli antipodi di tutte le altre: quelle velate da un soffio scuro di 20 denari anche d’inverno, che picchettano sull’asfalto con passi corti e rapidi verso la macchina o il portone o il negozio, in fretta, più in fretta che possono, ma senza scomporre di un briciolo l’eleganza. O le camminate spavalde dei ragazzini in tumulto ormonale che rimbalzano sulla punta dei piedi. O quelle di ragazzine insicure, sepolte sotto zaini monumentali, che vanno più indietro che avanti.

Ci sono le camminate di mamme che devono andare, brigare e sbrigare per incastrare lavoro, commissioni, faccende e polpettoni, e comunque in ritardo, sempre, sulle loro tabelle di marcia. E le camminate dei bambini, con mille corse trattenute dentro, con guizzi improvvisi domati dalla mano stretta della madre, effetto aquilone.

Ci sono le camminate senza voglia di futuro, che indugiano, si fermano e poi ripartono, senza fretta né incertezze sulla direzione, ché tanto una vale l’altra. E quelle che invece tirano dritto, bisbetiche e rapide, su gambe che non vogliono essere distratte dalla propria solitudine.

E poi ci sono le camminate come la mia, incastrate sotto al volante della macchina, in fila al semaforo, a spiare tutte le altre.

 

 


All’incirca

orologio a pareteIn casa, appeso in soggiorno, ho un orologio a parete, di quelli analogici con i numeri scritti sul quadrante e le lancette che ci passeggiano sopra a vista.

E’ un orologio pigro, il mio. Non so se perché gli orologi, col passare degli anni, tendano ad assomigliare ai proprietari, ma tant’è. Il mio, ogni tanto, perde qualche minuto e devo andare lì, con le dita, a muovere in avanti la lancetta.

Questa cosa che puoi di fatto toccare il tempo, mi è sempre piaciuta tanto. Che puoi spostarlo a mano. Non è come rimettere l’ora esatta di un display digitale, con un impersonale touchscreen o un tastino da premere. No, tu vai proprio lì, sul quadrante, ed eserciti una pressione fisica sulla lancetta.

E ti accorgi che il tempo, dopotutto, è leggero e maneggevole. Si limita a una resistenza lieve, quasi rotonda contro il polpastrello, quel tanto da sollecitare la volontà, ma niente di più; si lascia spostare in quel suo movimento circolare, fatto d’aria (e pure di polvere).

Che poi guardi il risultato e pensi: tutto qui? Ho appena spostato in avanti il Tempo. Ti ripeti la frase: ho spostato il tempo, guardi lo scarto dei minuti che hai perso. Ti chiedi: ma li ho davvero persi? Se rimettessi la lancetta dov’era prima, quindi, li riguadagnerei?

Ho l’impressione che questo mio orologio cerchi ogni volta di comunicarmi qualcosa. Forse semplicemente: cambiami, ché un orologio pigro non è un orologio; il tempo è esatto, io no.

Ma in fondo, il tempo esatto non esiste. Gli orologi segnano un tempo che non coincide mai con il mio. Quindi esatto per chi?

E quei minuti allentanti come un elastico troppo usato, mi piacciono così come sono – asincroni rispetto agli altri – anche quando rischiano di farmi arrivare tardi.

Il mio orologio tende ad avere una personalità propria e io la rispetto.

Ho sempre avuto questo strano rapporto con gli orologi. Per esempio, quello che avevo in auto, nella mia vecchia Clio, analogico pure quello, aveva la luce difettosa. Pertanto di sera, col cruscotto illuminato, lui restava al buio, come se dormisse. E se volevo vedere l’ora, dovevo andare lì, ticchettarci sopra con il dito e lui si accendeva.

L’ora che riportava non era mai quella esatta, siamo d’accordo, però era sempre quella più giusta possibile: all’incirca.


Misfatto turchino

Quando ero piccola, mia madre portava me e mio fratello dall’odontotecnico.

Ci spostavamo in treno perché dovevamo raggiungere una cittadina vicina e mia madre non si fidava di prendere la macchina.

Sul perché invece andassimo in una cittadina vicina, piuttosto che restare nella nostra – ci sarà pur stato un odontotecnico, immagino – non mi è chiaro: se perché il nostro fosse più bravo o più economico o entrambe le cose, non l’ho mai chiesto.

Ricordo poco dei viaggi in treno, in fondo brevi, ricordo però la sala d’attesa, anzi: le sale d’attesa, che si dislocavano confuse le une dentro le altre, come in un labirinto, affollate di corpi, nella penombra quasi buia e sempre troppo calda. Nella mia testa si configura oggi l’immagine di un carnaio che si contrapponeva alla luce abbagliante, quasi paradisiaca, dell’ambulatorio ampio e profumato d’igiene, popolato di assistenti vestite di bianco che ti accoglievano con larghi sorrisi senza carie, anche se nessuna di loro aveva le ali.

Le attese per quel paradiso erano senza tempo e non esistevano orologi per misurarle. Io e mio fratello chiedevamo ogni cinque minuti a mia madre quando sarebbe arrivato il nostro turno e quante persone avessimo prima di noi, perché non si capiva mai: la candida assistente senza ali declamava cognomi sulla porta, in base a una lista oscura che si configurava secondo leggi a me ignote. Come se i nomi potessero coagularsi sul suo foglio, a caso, in stile jumanji.

Sopra ogni altra cosa, però, di quelle missioni odontoiatriche, ricordo il gelato che nostra madre ci comprava in stazione, mentre aspettavamo il treno che ci avrebbe riportati a casa. Il premio. Lo ricordo bene perché in quella gelateria esisteva il gusto puffo, ché dove vivevo io non s’era ancora mai visto.

Quel gusto azzurro, per me, era l’entusiasmo fatto sapore. Sapeva addirittura di chewing gum. Con esattezza, sapeva di Brooklyn, ve le ricordate le gomme piatte e lunghe che non so bene se esistano ancora, quelle però nel pacchetto bianco.

Pertanto, qualche tempo fa, quando in gelateria ho rivisto con mia sorpresa il gusto puffo, ho subito pilotato le scelte di mia figlia per comporre la sua coppetta – come ogni madre farebbe in questi casi – perché mi sarei sembrata un po’ scema con un cono gelato tutto mio al gusto puffo.

Così le ho rubato quel cucchiaino di crema turchina piena di aspettative.

Ma niente. Il misfatto.

Non sapeva di Brooklyn bianche, neanche di menta, neanche d’un remoto anice. Sapeva di zucchero a velo. Che a pensarci bene, ha molto più senso per un bambino. Ma io non cercavo il senso, io cercavo il mio sapore.

Quindi ora, quando penso al gusto puffo, mi sento un po’ confusa. Mi dico che avrei dovuto conservarne il ricordo così com’era, perché certi gusti sono irripetibili, incastrati nel loro tempo e lì dovrebbero restare.

Invece ora mi tocca dire a mia figlia: “Quando ero piccola io, il gusto puffo sapeva di chewing gum”.

E subito mi spunta un capello bianco.


Il chiodo fisso

chiodo fissoOgnuno di noi ha un chiodo fisso.

C’è chi ce l’ha piantato in testa, chi nello stomaco, chi nel cuore, chi nel dito. Il chiodo, di norma, si pianta da solo dove sa di resistere meglio, sennò che chiodo fisso è.

Ci sono periodi in cui ci fai colazione, ci pranzi, ci prendi l’aperitivo e ci vai a dormire. In altri invece passa in secondo piano perché tu possa fare le tue cose, tipo la tua vita, ma se ne sta lì comunque.

A volte, forse il più delle volte, gli si dà retta e diventa un obiettivo, altre un’ossessione, altre ancora un ricordo.

Col passare del tempo, inizia a fare così parte di te che non riesci nemmeno più a distinguerlo come altro da te, lo metabolizzi per illuderti di ignorarlo.

Ma se ne sta lì. E basta una cosa piccola, qualsiasi, come una musica, una parola, un agglomerato di nuvole, la foto di un viaggio, che quel chiodo faccia un giro su se stesso per richiamarti al punto: il suo. Lo senti che afferma la sua presenza nel modo in cui gli riesce meglio, perché quel chiodo ti conosce bene e ci mette un attimo a sbrindellarti il torpore. Conosce le tue debolezze, le tue frustrazioni, le tue mire, i tuoi pregi, le tue speranze, le tue paure. E usa tutto.

Allora ti siedi con pazienza e ci parli, con il tuo chiodo, gli chiedi cosa voglia ancora, gli mostri le tue possibilità, di nuovo, gli ricordi chi sei. Lui se ne sta lì, sicuro di sé e zitto. Ma tu non demordi, cerchi di fargli capire che le cose stanno così e cosà, che è complicato, che non c’è più tempo, voglia, energia, modo, maniera, età, e blà blà, ma quello incrocia le braccia e ti guarda, come se gli stessi raccontando una barzelletta.

Infatti si mette a ridere appena hai finito di parlare. E poi ti osserva, senza ridere più.

E se ne sta lì. Fisso.


La collezione Lancourt in versione galattica

Quando si dice una recensione originale.

Guida galattica per cuochi di Simone Borselli si prende cura della mia Collezione e della mia pancia.