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La quindicesima volta

(Tratto dall’antologia Prendi la De Lorean e scappa edita da Las Vegas edizioni)

11ottobre 2015

Gli trema un po’ la mano quando suona il campanello.

A volte si è chiesto se l’intensità più o meno prolungata dello squillo possa influenzare certe scelte, predisporre a un tipo di umore.

Questa volta suona in modo breve, rapido, poi resta fermo a una ragionevole distanza dalla porta. Sente il tintinnio metallico dello spioncino.

Conosce l’istintiva diffidenza verso le cicatrici che gli hanno masticato la faccia. Con inutile impegno ha cercato di cambiare il modo di vestirsi: un colore piuttosto che un altro, il cappello piuttosto che la cravatta.

Lo sguardo nello spioncino resta fermo sul suo volto, lo sa.

«Chi è?» la sente chiedere, forse spaventata, di sicuro accorta.

«Giulia?»  le dice con un nodo alla gola, ma cercando di modulare la voce con tono cordiale, liberandola da ogni inflessione fredda, cercandosi un sorriso dentro, un sorriso antico, ci sarà pur rimasto da qualche parte. «Salve, sono Francesco, un vecchio amico di Roberto.»

Giulia sta di sicuro rovistando nella memoria, ma lui è tranquillo: non ha certo scelto un nome a caso.

Sente ancora il suo sguardo infilato come uno spillo sulla faccia e non si sposta dalla giusta distanza per farsi osservare. Per questo motivo evita cappotti o impermeabili: indossa soltanto un maglione sopra i pantaloni, anche quando fa freddo.

«Roberto ora non c’è» dice lei.

«Ah, peccato» mente rassegnato. «Purtroppo non ho più un suo recapito e non sapevo come avvertirlo del mio passaggio. Le lascio un pacchetto qua fuori. Per lui, d’accordo? Me lo saluti tanto, Giulia. Sto ripartendo e non ho idea di quanto capiterò di nuovo in Italia.»

Poi appoggia una piccola scatola accanto alla porta, con estrema gentilezza, senza aspettare una risposta, per insinuarle un vago senso di colpa e scende le scale del pianerottolo, lentamente, accentuando l’andatura claudicante, facendo in modo che lei possa notarlo, riuscire a non temerlo.

Quando arriva dall’altra parte del marciapiede, poco prima che inizi a piovere, lei si affaccia al balcone.

«Francesco!» lo chiama, col pacchetto chiuso in mano.

Lui si volta, come se non riuscisse a capire da dove provenga la voce. Lo fa per dare credibilità alla situazione, ma soprattutto per prendere tempo con se stesso. Poi alza lo sguardo, rintraccia la figura sottile di Giulia al secondo piano, in jeans e dolcevita blu. Quel ciondolo al collo che oscilla oltre la balaustra. Per fortuna sono abbastanza lontani e Giulia non può sentire il suo cuore perdere i battiti, il respiro fermarsi e poi scoppiare, non può vedere gli occhi bagnarsi di lacrime.

Solleva il braccio un po’ a fatica.

«Mi scusi per prima, è che mi ha presa in un momento… prego, salga pure.»

Lui allora si sposta con calma verso il portone, sta attento a non correre, a rispettare i tempi della sua gamba zoppa, perché lo è, ma non poi così tanto.

Quando si trova davanti a lei, abbassa il volto, appena, come a scusarsi per le ustioni, per gli anni che si ritrova addosso, per l’inganno, per la paura che lei possa riconoscerlo. Ma non è mai successo.

«Mi dispiace esserle piombato in casa senza preavviso. La capisco benissimo: non ci siamo mai presentati.»

«No, è vero. Prego» gli dice facendolo accomodare.

Lui entra e si guarda attorno. Gli occhi restano appesi qua e là, ma stavolta è difficile sostenere il peso di quello che vede, non esserne schiacciato.

«Venga» gli dice Giulia facendogli strada verso il salotto. «Le posso offrire un caffè?»

«No, grazie, resto giusto un attimo» risponde, accomodandosi sopra la sedia imbottita che gli sta indicando.

«Grazie per il regalo, glielo darò appena arriva» dice sedendosi anche lei.

Dopo un attimo di silenzio, lui la guarda: Giulia ha venticinque anni, questa volta. E’ bellissima. Forse quel tipo di bellezza che dipende ancora dalla giovane età, ma lui sa che ha mantenuto la stessa grazia col passare degli anni, che il suo fascino è venuto fuori, che la sua personalità ha trovato il modo di appoggiarsi sulle sue precoci rughe, di sedersi sul suo sguardo.

Lei è imbarazzata dall’improvviso vuoto di parole.

«Questa è l’ultima volta per me» dice lui con un sorriso stanco e che, in effetti, non ha niente di un sorriso.

«Sì, me lo diceva, prima.»

«Il mio corpo ha subito troppi viaggi. Ma ci tenevo a venire almeno oggi.» Sorride fra sé. «Oggi. Oggi è così relativo.»

Giulia si siede meglio, cercando di guadagnare qualche centimetro di distanza da quell’uomo che inizia a ritenere poco lucido.

«Mi ero ripromesso di godermi questa visita soltanto per vederti almeno un’ultima volta.»

 «Francesco, mi scusi, ma non riesco a seguirla. Se non le dispiace, magari può tornare tra un’oretta, quando trova Roberto» dice alzandosi, per far recepire il suo invito a uscire in modo inequivocabile.

«Non avere paura di me, Giulia, ti prego. Guardami» dice offrendo alla vista il suo stato. «E poi ti basterebbe urlare e Luca sarebbe qui in un attimo.»

Giulia si irrigidisce. Di sicuro si chiede come possa conoscere il nome del condomino della porta accanto.

Lui vorrebbe rassicurarla dallo spavento che le legge in faccia, amarla un’ultima volta stringendola fra le braccia, ma non sa più come si fa.

«Apri il regalo» le dice, rassegnato alla sua incapacità.

Giulia guarda il pacchetto.

«E’ per te, non per Roberto. Aprilo.»

«Ma si può sapere lei chi è?»

«Lo farò io per te, d’accordo? Lo aprirò io.»

Giulia resta ancorata alla determinazione che ha letto nel suo sguardo, poi lo osserva slegare il laccio con calma, togliere la carta, aprire la scatola, estrarre un piccolo sacchetto di velluto e porgerglielo.

Lei fissa quella mano protesa che trema e decide di afferrare il regalo, di far scivolare sul palmo il contenuto del sacchetto. E’ una vecchia collana con un ciondolo, in parte carbonizzata, ma non abbastanza da non riconoscerla: è la stessa collana che sta indossando.

«Cosa… significa?» chiede lei, con un’ombra nella voce.

Lui sospira, estenuato dalle emozioni e da quello sfinimento fisico che ha addosso. Si appoggia alla spalliera, per mantenere la distanza che Giulia esige. Non sa mai da che parte cominciare.

«Tra qualche mese, lo ricordo come fosse adesso, ascolteremo in tv che viaggiare nel tempo è possibile. Ci metteremo a ridere. Ma non si parlerà d’altro per un po’: per strada, al bar, in tv, nel web. Sembreremo tutti pazzi. Al punto che saranno costretti a smentire la notizia. Ma ci vorranno comunque altri dieci anni prima che riusciranno a perfezionare, fino a sospenderla in modo stabile, la frequenza di un segmento di un anello del tempo.»

Giulia ammorbidisce lo sguardo con la tenerezza che si dispensa ai bambini.

«Ah, ecco» dice, nella curva ironica di un sorriso. «Quindi lei mi sta dicendo che viene dal futuro?»

Lui non vuole cogliere la provocazione, va avanti:

«Tu e Roberto avete deciso di lasciarvi. Anche se è più corretto dire che Roberto ha acconsentito a farsi lasciare. In camera, hai un biglietto del treno per partire domani.»

«Te lo ha detto Roberto?» chiede infastidita.

«Ma domani, alle 16:07, un ordigno farà saltare parte della stazione ferroviaria e io subirò tutto questo» dice indicandosi, lasciando presumere le condizioni del resto del corpo.

«Quindi, mi scusi, ma non capisco: tutta questa messinscena, per chiedermi di non lasciare Roberto?»

«In tanti anni, devo ancora capire perché sei scomparsa in quel modo. Dopo l’attentato. Perché? Volevo solo saperti viva» chiede scuotendo la testa, ripercorrendo un pensiero già solcato chissà quante volte.

«Dato che viene dal futuro, magari potrebbe dirmelo lei» taglia corto lei, caustica, trattenuta nell’argomento dalla familiarità di quell’uomo.

«Il tempo non è un oggetto che possiamo usare come ci pare. E’ per questo che gli Ufficiali mi stanno cercando: per paura che io faccia chissà quale follia contro l’umanità.»

«Senta, per favore, sta diventando uno scherzo di cattivo gusto.»

Lui osserva le sue mani spoglie e affusolate, le unghie senza smalto. Ha già sfilato l’anello.

«Finora non hai mai risposto alla mia domanda. Ogni volta mi guardi terrorizzata…»

«Ogni volta?»

«Ogni volta che vengo da te. Questa è la quindicesima, l’ultima.»

«Ok, ora basta.»

«Non riuscirò più a viaggiare. I salti modificano la struttura molecolare. In ogni viaggio si muore un po’. Lo si può fare una sola volta all’anno, perché il cuore non reggerebbe. Si rischia un infarto in ogni salto.»

«Ma si può sapere cosa vuole da me?» chiede, ormai preoccupata da tanta indifferenza alla propria ostilità.

Lui abbassa gli occhi per paura che la verità fugga dal suo sguardo prima d’essere pronto. Lo sa che strappare la trama di una qualsiasi equazione temporale del presente potrebbe essere irreparabile. L’Anello è sensibile e instabile. Tiene sempre a mente le parole di PJ che sta dall’altra parte del congegno del salto: “Viaggiare nel tempo, amico mio, è come appoggiare il culo sopra una bomba. Un passo falso e salta tutto per aria, chiaro?” Ma lui sa anche che il Tempo è sempre stato dalla sua parte, finora.

Si porta le mani sul viso, come a lavarlo con un sospiro. Forse Giulia inizia a intuire che non è vecchiezza quella che ha addosso, ma una reale forma di tristezza o di amarezza; di qualcos’altro comunque.

Lui la guarda, ridisegnando su di lei gli anni, il modo in cui l’età si intreccerà ai suoi capelli, alle piccole imperfezioni, accentuandole.

«Sai quando si dice che il tempo guarisce tutte le ferite? Che con l’andare degli anni il dolore passa?» Le fissa le labbra che diventeranno più sottili e serie. «Per il dolore sì, forse funziona, forse ci si abitua. Ma all’amore, no.»

Giulia ascolta, ma inizia ad avere paura di quello sguardo denso su di lei.

Il campanello che suona li fa trasalire entrambi.

L’uomo guarda l’orologio, di scatto. Sa che non può essere Roberto: è troppo presto.

«E’ l’Ufficiale» dice spaventato, guardandosi attorno cercando una via di fuga.

Giulia legge il suo panico reale e, confusa, va a rispondere al citofono, preme l’apriporta.

«E’ l’incaricato che viene a leggere il contatore del gas.»

«No, è l’Ufficiale del tempo. Io non sono mai stato qui» dice, scomparendo in camera.

«Ma dove va?» chiede lei infastidita.

Quando bussano alla porta, Giulia apre e vede l’incaricato con un congegno elettronico in mano. Lui ha come un sussulto quando se la trova davanti, un turbamento evidente che cerca di tenere a bada, le osserva per un attimo il ciondolo.

«Buongiorno, signora. Il contatore?»

«Buongiorno, sì, è nel balcone. Venga.»

L’uomo la segue ed entra nel salone, osserva il tavolo, le sedie fuori posto.

«Mi scusi, ho interrotto qualcosa?»

Giulia percepisce forse una cortesia interessata e asseconda il suo istinto.

«No. Una mia amica che se n’è appena andata.»

Lui si china sul contatore, prende i numeri che deve, con eccezionale calma, senza smettere di guardarla.

«Glielo dico perché c’è un pazzo che sta andando in giro, in città. Uno squilibrato che dice di viaggiare nel tempo.»

Giulia improvvisa una risata, ma lui intuisce subito il suo disagio, le si avvicina parlandole a bassa voce, d’un tratto irrequieto: «Lui è qui?» Lei non risponde, non sa cosa fare. «Giulia, se lui è qui, tu sei in pericolo.»

«Ma si può sapere cosa sta succedendo?» chiede in un bisbiglio, tirandosi i capelli all’indietro, a farsi male.

L’uomo rientra in casa, determinato e circospetto, rovista con lo sguardo fra le cartacce appoggiate sopra il tavolo, vede il ciondolo carbonizzato.

«Sono quindici anni che sto dietro a quel pazzo» digrigna estraendo una sorta di pistola e allontanando Giulia dietro di sé, per proteggerla, facendole cenno di stare zitta.

Ma nel vedere l’arma, Giulia si paralizza, divorata da un gelo improvviso che le sbriciola l’urgenza di capire e di fuggire.

L’uomo nascosto in camera la vede inciampare sulle sue stesse gambe e coglie l’attimo. Esce di scatto, indifferente all’urlo dell’Ufficiale che inizia a sparare. Si lancia contro di lei, le afferra il collo buttandola sul pavimento e usandola per schermarsi dalla traiettoria degli spari.

Giulia non reagisce neanche alla morsa, forse per via dell’urto che le toglie il respiro.

Ma l’Ufficiale è esperto e agile: un colpo arriva letale, prima che l’uomo riesca a soffocarla.

«E’ tutto finito» dice subito deciso, forse più a se stesso che a Giulia, aiutandola a liberarsi del corpo accasciato sopra di lei.

Giulia osserva l’uomo a terra con un urlo strozzato che le trema ancora in gola.

L’Ufficiale la guarda e le sorride nel modo più rassicurante che può.

«E’ tutto finito» ripete.

Giulia si rannicchia contro il muro, forse aspettando di morire.

«Sono quindici anni che cerco di salvarti, Giulia.» Allunga una mano, col desiderio di accarezzarla, ma quando vede che lei si ritrae, desiste subito accontentandosi di vederla viva. Allora si alza, si guarda attorno, va verso il pc acceso, spinge un tasto. «Navigate già in Overnet, perfetto. Dammi un tuo account privato nella rete.» Ma Giulia non ascolta, ancora sotto shock. «Avete ancora le caselle e-mail qui nel 2015, giusto? Un indirizzo e-mail va benissimo.»

Il suo modo autorevole scuote Giulia, lei ne balbetta uno. L’uomo digita qualcosa nel suo apparecchio.

«Poi controlla il tuo account di posta. Ora ascoltami bene, Giulia: potrei avere poco tempo» dice chinandosi su di lei e prendendola per le spalle. «Ho giurato sul Regolamento e non posso…» si ferma, combattuto. «Non posso interferire con gli eventi dell’Anello, ma non voglio permettere quello che accadrà.» Stavolta la accarezza senza nascondere quello che di certo prova. «Insieme possiamo cambiare le cose.»

«Quali cose? Io non… »

«Ma non lo hai riconosciuto? Lui è Roberto.»

Giulia cerca di capire il senso della frase, poi si volta verso l’uomo riverso sul pavimento, tenta di plasmare i lineamenti di Roberto – il suo Roberto – con quelli di quel corpo a pochi metri da lei.

«Domani, non andate alla stazione. Parti subito da sola, oggi stesso, con una qualsiasi scusa, saluta Roberto e vai via. Promettimi che lo farai.»

In quel momento, la figura dell’Ufficiale sembra quasi rarefarsi, come un ologramma difettoso. Giulia non riesce a smettere di tremare, ma nella faccia dell’uomo si accende un sorriso.

«Allora ce l’abbiamo fatta» dice commosso, un attimo prima di svanire. «Abbiamo modificato l’Anello.»

Molto più tardi, dopo aver chiuso l’ultima valigia, dopo averla caricata nel taxi, dopo aver salutato Roberto ancora turbato, Giulia trova il coraggio di rileggere il messaggio di posta arrivato a nome di Michael Reeves:

Giornale dell’Eurasia,  14 giugno 2045

La notizia è ormai ufficiale: il ricercato internazionale Roberto Bellini, ribattezzato “il killer del tempo” è evaso poche ore fa dopo nemmeno un giorno dalla sua cattura.

Bellini, lo ricordiamo, subì l’attentato del 2015 nella stazione ferroviaria di Roma dove risultò dispersa, fra i tanti, anche la sua compagna Giulia Miller. Quando, quindici anni dopo, Bellini scoprì che la ragazza era sopravvissuta all’esplosione vivendo fino a quel momento senza averlo mai cercato, perse del tutto il suo già precario equilibrio psichico. Affiliandosi a una fazione oltranzista degli Anarchici del Tempo, sottrasse un vecchio prototipo e organizzò quattordici salti non autorizzati, uccidendo Giulia Miller quattordici volte, dal 2029 al 2016, ogni anno a ritroso nel tempo.

L’Ufficiale del Tempo al quale è stato affidato il caso sta lavorando per riuscire a intercettare il suo prossimo salto che si presume avverrà tra qualche mese, in un giorno imprecisato del 2015.

Riportiamo la foto di Roberto Bellini con i codici T.U.

Gli Ufficiali chiedono la massima collaborazione e invitano i cittadini a inoltrare qualsiasi tipo di segnalazione.

20 febbraio 2026

Le trema un po’ la mano quando suona il campanello.

Avrebbe preferito una nebbia spessa, a coprire tutto. Invece c’è un sole imperterrito a bruciare sul suo senso di colpa.

Un ragazzo le apre la porta, è in divisa da Ufficiale.

Lei lo riconosce subito, anche se è molto più giovane dell’ultima volta che lo ha visto. Lo stesso azzurro degli occhi.  Lui ancora non ha imparato ad amarla.

Respira.

«Michael Reeves? » anche la voce le trema.

«Sì. »

Giulia esita.

«Sono Giulia Miller.»

Lui impallidisce: nessuno l’ha mai vista, ma chiunque conosce il nome della fondatrice degli Anarchici, i ribelli che combattono chiunque osi interferire con il regolare corso del tempo. Forse ha appena il tempo di chiedersi perché la donna abbia gli occhi pieni di lacrime. La trova bellissima. Perfino nel momento in cui la vede estrarre la pistola e sparargli il colpo.

E’ un colpo solo.

Giulia lo abbraccia per non farlo cadere in modo brusco.

Lo distende a terra senza riuscire a guardarlo in faccia.

Gli stringe soltanto la mano, più forte che può.


Id_Leonardo

Id_Leonardo è la raccolta che inaugura la collana “Gli origami di Stendhal” della Ferrari Editore – ideata e diretta da Francesca Londino – dedicata al connobio fra arte e scrittura.

La partecipazione all’antologia mi è stata proposta chiedendomi di attenermi a un solo tema: Leonardo da Vinci e la stimolante prerogativa di non avere nessun vincolo: libertà di suggestioni, di stile e di genere.

Ogni autore ha avuto un suo approccio originale ed è stato divertente esplorare il modo in cui la creatività si insinua nella mente di uno scrittore.

Id_Leonardo-Book


I numeri di Anna Recanatini

Questo è il racconto con cui mi sono classificata al secondo posto nella “Sezione racconto inedito” del Premio letterario Antonio Fogazzaro 2017

Premio letterario Antonio Fogazzaro 2017 (Villa Gallia – Como)

I NUMERI DI ANNA RECANATINI

 

 

Sulla lapide di Anna Recanatini si legge:

 

Qui giace Anna Recanatini che nacque, visse e morì.

 

Non viene riportata nessuna data, nessuna cifra.

Uno strano fatto, se si considera l’abitudine di catalogare ogni evento con delle coordinate numeriche.

In effetti, fossero state riportate con estrema esattezza, cos’altro avremmo saputo in più? Soltanto che la forbice di tempo chiamata vita, per Anna Recanatini durò 27.375 giorni, 13 ore e 8 secondi, ovvero l’equivalente di 75 anni, più o meno.

Magari avremmo potuto leggere che nella sua vita, Anna Recanatini realizzò 74 torte di mele, 108 crostate e 1218 ciambelle fritte

attaccò 75.045 bottoni

prese 41.590 caffè

avvistò 18 stelle cadenti

uccise 7 scorpioni e 2 vipere

pronunciò la parola “cortesia” – nelle sue declinazioni – 18.235 volte

acquistò 13 paia di occhiali, di cui 5 da presbite

conservò 21 orologi, sveglie incluse

cadde dalla bicicletta 12 volte

subì 3 aborti

piantò 16 alberi da frutto

aspettò Edoardo 2 volte

ruppe 31 bicchieri di vetro e 15 piatti, di cui 6 deliberatamente

le vennero estratti 12 denti

inciampò nell’ultimo gradino di una scala 11 volte

ricevette 19 rose rosse

realizzò 44 viaggi in treno

si sentì felice senza motivo apparente 98 volte

subì 7 interventi

guardò il telefono squillare senza rispondere 34 volte, di cui 12 nello stesso giorno

imparò a memoria 3 poesie e 6 canzoni

mangiò 3.879 polpette e 8.742 mele

cercò di stabile il confine fra cielo e mare 78 volte

avvistò 58 arcobaleni

sognò suo nipote 24 notti

morì 2 volte

accese 189 candele

catturò 18 lucciole

visse 19 volte il giorno 29 febbraio

collezionò 13 caleidoscopi, di cui uno di valore.

 

Ma non avremmo saputo molto di più. Avremmo forse intuito come Anna Recanatini visse o cosa preferisse fare, ma non chi fosse davvero. Una risultanza numerica di certo molto più complessa.

Volendo tentare, avremmo dovuto prendere in considerazione altro, i suoi 1 per esempio.

Perché, a ben vedere, fu proprio nei piccoli numeri che si annidò la vita di Anna Recanatini, numeri solitari nascosti nella moltitudine delle abitudini, numeri 1 che delinearono i suoi gusti, le sue preferenze, le sue bruciature, i suoi esperimenti, le sue scelte.

 

I numeri 1 di Anna Recanatini

 

Cucinare un risotto alle fragole

realizzare un abito da sposa

mangiare un’ostrica

vomitare un’ostrica

scrivere una poesia

sposarsi

ritardare una consegna

andare ad un concerto di Michael Nyman

uccidere un uomo

fumare la pipa

ascoltare impreparata suo figlio urlarne contro, dandole tutta la colpa della propria infelicità

accarezzare un cucciolo di leone

preparare una sacher torte

invitare a cena la famiglia De Pontis

dare uno schiaffo a suo figlio

pronunciare la parole “querulo”, “distopico” e “buggerata”

mangiare il riso con le bacchette

ubriacarsi

sedersi davanti a un pianoforte a coda, appoggiare le mani sulla tastiera e immaginare di saperlo suonare

lasciare Edoardo

tingersi i capelli di rosso

distruggere l’auto in un incidente stradale

vedere un delfino

ballare sotto la pioggia

fondere tutto l’oro di sua madre per realizzare un lingotto

andare in barca a vela

spedire il caleidoscopio preferito a suo nipote, nel giorno del suo quarto compleanno.

 

Ciononostante, neanche i suoi 1 sarebbero stati esaustivi per delineare Anna Recanatini, per comprenderla, per cercare di capire, in effetti, chi scelse d’essere. Come se Anna Recanatini fosse nascosta in un scarto numerico non visibile, in una differenza, in un esito matematico d’altra natura.

I suoi zero, per esempio.

Una lista piuttosto complicata, a dirla tutta, perché gli zero di Anna Recanatini furono sì tondi e decisi a volte, ma altre volte sofferti e combattuti.

Gli zero di Anna Recanatini furono, dopotutto, luoghi dove stipare la morale e il buon senso, le testardaggini, le tare, i suoi desideri.

Ci furono zero che Anna Recanatini si attribuì come merito, altri che si ritrovò per mancanza di coraggio. Zero che Anna Recanatini si raccontò per sentirsi forte e zero che si ripeté per non oltrepassarli.

Certo, si potrebbe far notare che esisterebbero interminabili zero nella vita di Anna Recanatini, della maggior parte dei quali Anna Recanatini non sospettò neanche l’esistenza, come per esempio mangiare una pashka, costruire un humidor o ballare una ciarda; altri zero, invece, che pur conoscendone l’esistenza, Anna Recanatini non prese mai in considerazione per una possibile enumerazione.

I suoi veri zero furono quelli che la misero di fronte a una presa di posizione, a una reazione, a una rinuncia, alla maturazione di un desiderio.

 

Gli zero di Anna Recanatini

 

Farsi un tatuaggio

visitare l‘Islanda

rubare

fumare marijuana

tradire Edoardo

fare le ombre cinesi

trovare un quadrifoglio

aprire un ombrello in casa

vedere un’aurora boreale

cogliere il senso della vita

fare la spaccata

posare nuda per un servizio fotografico

possedere un diamante

confessare a qualcuno di aver ucciso un uomo

studiare

far leggere a qualcuno la sua unica poesia

baciare una donna

lasciare Edoardo guardandolo negli occhi

prendere un brevetto di volo

mangiare il sushi

pronunciare la parola “prestidigitazione”

dire “ti voglio bene” a suo padre

vedere il sole di mezzanotte

capire l’esatto significato della parole “mordace”

avere una figlia

aprire una sartoria propria

imparare il francese

rincorrere suo figlio, quel giorno, quando uscì di casa sbattendo la porta

vedere il film “Via col vento”

buttare via un orologio rotto

salire su un pullman a due piani

imparare a ballare il tip tap

dipingere il proprio autoritratto

indossare un anello al pollice

pensare alla morte mentre stava morendo

conoscere suo nipote.

 

Eppure no, quand’anche avessimo avuto un profilo numerico ancor più dettagliato, con eventi aggiunti o sottratti, circostanziati e perfezionati, Anna Recanatini sarebbe rimasta una creatura sfuggente, vuota di tanto altro che sarebbe stato necessario sapere.

Concentrata in un altrove non numerico.

In effetti, nessun’altra frase avrebbe forse potuto riassumere in concreto Anna Recanatini, se non quella che lei stessa scelse per l’occasione:

 

Qui giace Anna Recanatini che nacque, visse e morì.


Un mio racconto breve: “Il tempo è adesso”

vecchia sveglia

Lorenzo correva stringendo la mano di Agata che non riusciva a stargli dietro perché lui era più grande e più veloce.

I passi dietro di loro sembravano così vicini da raggiungerli.

“Tanto ti prendo, delinquente!”

Agata aveva il pianto in gola, ma non le usciva che un cigolìo perché tutto il fiato le serviva per correre più forte che poteva, stando solo attenta a non cadere sulla strada.

Lorenzo la strattonava a destra e a sinistra, lungo i vicoli del paese, con un “di qua”.

Erano ormai fuori del quartiere, vicino al campetto di calcio, Lorenzo si fermò davanti alla rimessa di legno, si sdraiò fulmineo a terra, calciò la piccola grata di metallo che cadde all’interno, s’incuneò dentro e le allungò la mano.

Agata si infilò rapida nella finestrella e si raggomitolò in un angolo mentre Lorenzo sistemava di nuovo la grata.

I passi grossi e veloci si fermarono a pochi metri da loro.

Agata spalancò gli occhi enormi in quelli stretti e acuti di Lorenzo che le fece cenno di stare zitta e di non muoversi.

“Dove sei, bastardello, tanto ti trovo!” gridava l’uomo.

Gli stivaloni verdi di plastica erano fermi, si interrogavano forse sulla direzione presa dai bambini.

Agata non respirava quasi, terrorizzata dal farsi sfuggire un solo singhiozzo. Lorenzo teneva i suoi occhi duri e freddi in quelli azzurri di lei, immobile.

Gli stivaloni calciarono qualcosa, poi si mossero stizziti verso posti lontani e i due iniziarono a respirare forte, rossi in faccia, con i cuori a scoppiare.

S’ingozzarono d’aria umidiccia, nell’olezzo di legno ammuffito e di metallo in cancrena, fin quando riuscirono a calmarsi un po’.

“Gli ho preso questa, a casa” disse lui, iniziando a cercare qualcosa nella rimessa in penombra.

“Perché?” chiese lei spaventata.

“Perché mamma ci fa il tempo.”

Agata scuoteva la testa con gli occhi che galleggiavano nel pianto.

“L’altro giorno, mia madre ha girato le lancette e mi ha detto: da domani sarà più giorno.”

“Quando torni a casa lui ti darà tante botte, come sempre.”

“Qualche giorno fa era più buio, ti ricordi? E’ per questo orologio, perché sposta il tempo” disse convinto trovando un attrezzo di ferro.

“Lui ti darà tante botte” disse lei in un pianto lento, senza consolazione.

“No, quando torno a casa non sarò più un bambino.” Strinse l’attrezzo e lo sbatté piano conto il vetro della sveglia. “Adesso sposto le lancette, così, avanti, vedi? Tante, tante volte, e quando usciamo da qui saremo grandi.”

Agata guardava le lancette muoversi, ma pensava solo alle botte che avrebbe preso Lorenzo. Poi vide che il suo sguardo si animò di una luce scura.

“E quando torno a casa” aggiunse Lorenzo “lui sarà vecchio e io forte. E allora prenderò la sedia, quella grossa della cucina, e gliela spacco sulla schiena.”

Agata si strinse le ginocchia al petto e iniziò a dondolare. Non le piaceva quando Lorenzo diceva quelle cose cattive. Certo era convinta fossero giuste e se ne stava zitta, ma aveva paura che Lorenzo, un giorno, non sarebbe più tornato a chiamarla per giocare con lui.

Lorenzo, invece, perso ormai nei suoi pensieri, diventò rosso tutto a un tratto.

“E poi ti sposo, Agata. E ti darò un bacio sulla bocca.”

Agata lo ascoltava per niente consolata. Lui la guardò, trovandola più bella di sempre – non ce n’erano di bambine così belle in tutto l’universo – e decise di darglielo subito quel bacio sulla bocca perché, a pensarci bene, degli orologi non c’era da fidarsi.


Una recensione del mio “Bowling e margherite”

Il club dei libri ha letto il mio “Bowling e margherite”, edito dalla Las Vegas edizioni nel 2011, e mi coccola con questa recensione.


Prendi la DeLorean e scappa

Copertina Prendi la DeLorean e scappa

Una nuova antologia targata Las Vegas curata da Andrea Malabaila per festeggiare il trentennale della saga di Zemeckis.

Oltre al mio racconto, ci sono anche Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor e Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Elia Gonella, Andrea Malabaila, Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Claudio Morandini, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti, Paolo Zardi.

Credo sia il caso di ribadirlo: “Mai lasciare una macchina del tempo nelle mani di uno scrittore”.

Per altre info, qui.


La mia rimostranza

Esce oggi l’ebook 99 Rimostranze a Dio, (Ottolibri edizioni, 187 pp., 5,00 euro).

Mi ha colpita subito l’originalità dell’iniziativa curata da Eva Clesis, responsabile editoriale della casa editrice.

101 autori si lamentano con “Qualcuno del piano di sopra”.

Non ce l’ho fatta a stare zitta e ho spiattellato anch’io, in faccia a Madre Natura, una certa cosuccia che le è sfuggita. Forse. Spero.


La collezione Lancourt – il booktrailer

Il booktrailer realizzato con Luigi Salerno e Fabrizio Fiore per il libro “La collezione Lancourt”.
Non credo potrò mai ringraziarli abbastanza.
Intanto inizio da qui.


“La collezione Lancourt” Presentazione del 28 giugno 2013

Un assaggio fotografico della presentazione tenutasi presso la Feltrinelli di Ancona il 28 giugno

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A destra: la bravissima relatrice Olivia Ulivi

Con la relatrice Olivia Ulivi

Per maggiori informazioni:

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Lo sguardo di Sabine

icona copertina

«Ho un appuntamento con i signori Lancourt.»
«Buongiorno, Sabine» salutò il padre con calore.
I fratelli Lancourt videro entrare Sabine per la prima volta nella loro vita. E non furono tanto i lunghi capelli castani raccolti forse per l’occasione, né la ricchezza disegnata in modo perfetto sulla sua bocca, quanto il suo sguardo a turbare subito la casa, fu quella timidezza contenuta nel suo verde indiscreto.
Sabine sbirciò il tappeto sul quale stava posando il piede, poi li appoggiò subito tutti e due, quasi con un salto, come se fosse entrata in un mondo instabile e avesse paura di cadere.
«La stavamo aspettando» disse la signora Lancourt arrivando anche lei, con un lieve sorriso, forse più cauto di quello di suo marito, ma di certo abituato alla cordialità.
Sabine salutò con un cenno della testa, stringendo fra le mani un libro, aggrappata alla copertina di pelle, poi tornò con gli occhi sul signor Lancourt, giusto un attimo, li spostò sulla domestica che aspettava di poter chiudere la porta, li soffermò un istante di più sulla signora Lancourt e poi − Jerome lo notò − lo sguardo di Sabine si addentrò nel salone incontrando quello di François che si era alzato dal divano, per etichetta, e lì lo sguardo di Sabine si era fermato per un lungo tempo. Un tempo interrotto, aveva sempre pensato Jerome ricordando quel pomeriggio, perché lo sguardo di Sabine non lo raggiunse mai, quel giorno.

Tratto da “La collezione Lancourt”

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