Archivi del mese: gennaio 2016

Un mio racconto breve: “Il tempo è adesso”

vecchia sveglia

Lorenzo correva stringendo la mano di Agata che non riusciva a stargli dietro perché lui era più grande e più veloce.

I passi dietro di loro sembravano così vicini da raggiungerli.

“Tanto ti prendo, delinquente!”

Agata aveva il pianto in gola, ma non le usciva che un cigolìo perché tutto il fiato le serviva per correre più forte che poteva, stando solo attenta a non cadere sulla strada.

Lorenzo la strattonava a destra e a sinistra, lungo i vicoli del paese, con un “di qua”.

Erano ormai fuori del quartiere, vicino al campetto di calcio, Lorenzo si fermò davanti alla rimessa di legno, si sdraiò fulmineo a terra, calciò la piccola grata di metallo che cadde all’interno, s’incuneò dentro e le allungò la mano.

Agata si infilò rapida nella finestrella e si raggomitolò in un angolo mentre Lorenzo sistemava di nuovo la grata.

I passi grossi e veloci si fermarono a pochi metri da loro.

Agata spalancò gli occhi enormi in quelli stretti e acuti di Lorenzo che le fece cenno di stare zitta e di non muoversi.

“Dove sei, bastardello, tanto ti trovo!” gridava l’uomo.

Gli stivaloni verdi di plastica erano fermi, si interrogavano forse sulla direzione presa dai bambini.

Agata non respirava quasi, terrorizzata dal farsi sfuggire un solo singhiozzo. Lorenzo teneva i suoi occhi duri e freddi in quelli azzurri di lei, immobile.

Gli stivaloni calciarono qualcosa, poi si mossero stizziti verso posti lontani e i due iniziarono a respirare forte, rossi in faccia, con i cuori a scoppiare.

Quando si calmarono un po’, Lorenzo tirò fuori dalla tasca una sveglia di metallo.

“Gli ho preso questa, a casa” disse lui, iniziando a cercare qualcosa nella rimessa in penombra.

“Perché?” chiese lei spaventata.

“Perché mamma ci fa il tempo.”

Agata scuoteva la testa con gli occhi che galleggiavano nel pianto.

“L’altro giorno, mia madre ha girato le lancette e mi ha detto: da domani sarà più giorno.”

“Quando torni a casa lui ti darà tante botte, come sempre.”

“Qualche giorno fa era più buio, ti ricordi? E’ per questo orologio, perché sposta il tempo” disse convinto trovando un attrezzo di ferro.

“Lui ti darà tante botte” disse lei in un pianto lento, senza consolazione.

“No, quando torno a casa non sarò più un bambino.” Strinse l’attrezzo e lo sbatté piano conto il vetro della sveglia. “Adesso sposto le lancette, così, avanti, vedi? Tante, tante volte, e quando usciamo da qui saremo grandi.”

Agata guardava le lancette muoversi, ma pensava solo alle botte che avrebbe preso Lorenzo. Poi vide che il suo sguardo si animò di una luce scura.

“E quando torno a casa” aggiunse Lorenzo “lui sarà vecchio e io forte. E allora prenderò la sedia, quella grossa della cucina, e gliela spacco sulla schiena.”

Agata si strinse le ginocchia al petto e iniziò a dondolare. Non le piaceva quando Lorenzo diceva quelle cose cattive. Certo era convinta fossero giuste e se ne stava zitta, ma aveva paura che Lorenzo, un giorno, non sarebbe più tornato a chiamarla per giocare con lui.

Lorenzo, invece, perso ormai nei suoi pensieri, diventò rosso tutto a un tratto.

“E poi ti sposo, Agata. E ti darò un bacio sulla bocca.”

Agata lo ascoltava per niente consolata. Lui la guardò, trovandola più bella di sempre – non ce n’erano di bambine così belle in tutto l’universo – e decise di darglielo subito quel bacio sulla bocca perché, a pensarci bene, degli orologi non c’era da fidarsi.

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