Archivi del mese: dicembre 2014

Certe parole

Questo mio post uscì nel 2011 su Brown Bunny Magazine  nella categoria 1000 caratteri. Sarò nostalgica, ma oggi mi va di ripostarlo.

 

Ci sono parole, nella mia testa, che hanno un proprio registro d’ingresso.

La parola emulare, per esempio, l’ho incontrata a otto anni, a scuola, quando scelsi il poster di Candy Candy al posto di quello di Goldrake che, da maschiaccia pavida, non ebbi il coraggio di chiedere. La maestra disse a mia madre: “Ha voluto emulare le compagnette”.

Negletto, invece, l’ho letta per la prima volta a dodici anni, durante l’ora di narrativa, nella descrizione della Monaca di Monza.

La parola costipato risale al primo superiore, era la dicitura che un caro professore ci suggeriva di usare nelle giustificazioni al posto dello squallido “indisposto”, per essere creativi almeno nelle scuse delle assenze. Anche se lui, nella storia di tutta la sua carriera, ci raccontò d’esser rimasto folgorato dalla trovata: “Ho aiutato mia madre nelle pulizie di Pasqua”.

Solipsismo l’ho letta a ventidue anni, in un saggio di Umberto Eco.

Autopsia non lo so, però l’associo sempre al telefilm “Quincy”.

Obslolescenza a sedici anni e mi ricordo che era molto in voga in quel periodo. Oggi è quasi obsoleta.

Quiddità di sicuro l’anno scorso, mentre leggevo l’Ulisse di Joyce.

E zuzzurellone, credo come tutti, nel giorno in cui ho preso in mano il vocabolario per la prima volta. Anche se, con avvilita sorpresa, ho scoperto che non è più l’ultima parola del dizionario.


Camminare

CammianareMi è sempre piaciuto guardare le persone camminare. In particolare, osservare il modo in cui le gambe assecondano l’indole del proprietario o la contingenza del momento.

Le camminate ti raccontano tanto, se le guardi bene, e ce ne sono d’ogni tipo.

Ma quelle che amo di più, sopra tutte le altre, le più intense, sono quelle pericolanti. Camminate che sorreggono corpi sui quali il tempo è passato e ripassato senza sensi di colpa e che hanno sempre i piedi ben piazzati su scarpe comode, appoggiate su una rassicurante suola di gomma. Le noti perché sono concentrate su se stesse, senza nessun altro pensiero se non quello di assestare in terra un piede dietro l’altro, senza fretta, cercando solo di non cadere.

Sono agli antipodi di tutte le altre: quelle velate da un soffio scuro di 20 denari anche d’inverno, che picchettano sull’asfalto con passi corti e rapidi verso la macchina o il portone o il negozio, in fretta, più in fretta che possono, ma senza scomporre di un briciolo l’eleganza. O le camminate spavalde dei ragazzini in tumulto ormonale che rimbalzano sulla punta dei piedi. O quelle di ragazzine insicure, sepolte sotto zaini monumentali, che vanno più indietro che avanti.

Ci sono le camminate di mamme che devono andare, brigare e sbrigare per incastrare lavoro, commissioni, faccende e polpettoni, e comunque in ritardo, sempre, sulle loro tabelle di marcia. E le camminate dei bambini, con mille corse trattenute dentro, con guizzi improvvisi domati dalla mano stretta della madre, effetto aquilone.

Ci sono le camminate senza voglia di futuro, che indugiano, si fermano e poi ripartono, senza fretta né incertezze sulla direzione, ché tanto una vale l’altra. E quelle che invece tirano dritto, bisbetiche e rapide, su gambe che non vogliono essere distratte dalla propria solitudine.

E poi ci sono le camminate come la mia, incastrate sotto al volante della macchina, in fila al semaforo, a spiare tutte le altre.