Archivi del mese: settembre 2014

All’incirca

orologio a pareteIn casa, appeso in soggiorno, ho un orologio a parete, di quelli analogici con i numeri scritti sul quadrante e le lancette che ci passeggiano sopra a vista.

E’ un orologio pigro, il mio. Non so se perché gli orologi, col passare degli anni, tendano ad assomigliare ai proprietari, ma tant’è. Il mio, ogni tanto, perde qualche minuto e devo andare lì, con le dita, a muovere in avanti la lancetta.

Questa cosa che puoi di fatto toccare il tempo, mi è sempre piaciuta tanto. Che puoi spostarlo a mano. Non è come rimettere l’ora esatta di un display digitale, con un impersonale touchscreen o un tastino da premere. No, tu vai proprio lì, sul quadrante, ed eserciti una pressione fisica sulla lancetta.

E ti accorgi che il tempo, dopotutto, è leggero e maneggevole. Si limita a una resistenza lieve, quasi rotonda contro il polpastrello, quel tanto da sollecitare la volontà, ma niente di più; si lascia spostare in quel suo movimento circolare, fatto d’aria (e pure di polvere).

Che poi guardi il risultato e pensi: tutto qui? Ho appena spostato in avanti il Tempo. Ti ripeti la frase: ho spostato il tempo, guardi lo scarto dei minuti che hai perso. Ti chiedi: ma li ho davvero persi? Se rimettessi la lancetta dov’era prima, quindi, li riguadagnerei?

Ho l’impressione che questo mio orologio cerchi ogni volta di comunicarmi qualcosa. Forse semplicemente: cambiami, ché un orologio pigro non è un orologio; il tempo è esatto, io no.

Ma in fondo, il tempo esatto non esiste. Gli orologi segnano un tempo che non coincide mai con il mio. Quindi esatto per chi?

E quei minuti allentanti come un elastico troppo usato, mi piacciono così come sono – asincroni rispetto agli altri – anche quando rischiano di farmi arrivare tardi.

Il mio orologio tende ad avere una personalità propria e io la rispetto.

Ho sempre avuto questo strano rapporto con gli orologi. Per esempio, quello che avevo in auto, nella mia vecchia Clio, analogico pure quello, aveva la luce difettosa. Pertanto di sera, col cruscotto illuminato, lui restava al buio, come se dormisse. E se volevo vedere l’ora, dovevo andare lì, ticchettarci sopra con il dito e lui si accendeva.

L’ora che riportava non era mai quella esatta, siamo d’accordo, però era sempre quella più giusta possibile: all’incirca.

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