Archivi del mese: agosto 2014

Misfatto turchino

Quando ero piccola, mia madre portava me e mio fratello dall’odontotecnico.

Ci spostavamo in treno perché dovevamo raggiungere una cittadina vicina e mia madre non si fidava di prendere la macchina.

Sul perché invece andassimo in una cittadina vicina, piuttosto che restare nella nostra – ci sarà pur stato un odontotecnico, immagino – non mi è chiaro: se perché il nostro fosse più bravo o più economico o entrambe le cose, non l’ho mai chiesto.

Ricordo poco dei viaggi in treno, in fondo brevi, ricordo però la sala d’attesa, anzi: le sale d’attesa, che si dislocavano confuse le une dentro le altre, come in un labirinto, affollate di corpi, nella penombra quasi buia e sempre troppo calda. Nella mia testa si configura oggi l’immagine di un carnaio che si contrapponeva alla luce abbagliante, quasi paradisiaca, dell’ambulatorio ampio e profumato d’igiene, popolato di assistenti vestite di bianco che ti accoglievano con larghi sorrisi senza carie, anche se nessuna di loro aveva le ali.

Le attese per quel paradiso erano senza tempo e non esistevano orologi per misurarle. Io e mio fratello chiedevamo ogni cinque minuti a mia madre quando sarebbe arrivato il nostro turno e quante persone avessimo prima di noi, perché non si capiva mai: la candida assistente senza ali declamava cognomi sulla porta, in base a una lista oscura che si configurava secondo leggi a me ignote. Come se i nomi potessero coagularsi sul suo foglio, a caso, in stile jumanji.

Sopra ogni altra cosa, però, di quelle missioni odontoiatriche, ricordo il gelato che nostra madre ci comprava in stazione, mentre aspettavamo il treno che ci avrebbe riportati a casa. Il premio. Lo ricordo bene perché in quella gelateria esisteva il gusto puffo, ché dove vivevo io non s’era ancora mai visto.

Quel gusto azzurro, per me, era l’entusiasmo fatto sapore. Sapeva addirittura di chewing gum. Con esattezza, sapeva di Brooklyn, ve le ricordate le gomme piatte e lunghe che non so bene se esistano ancora, quelle però nel pacchetto bianco.

Pertanto, qualche tempo fa, quando in gelateria ho rivisto con mia sorpresa il gusto puffo, ho subito pilotato le scelte di mia figlia per comporre la sua coppetta – come ogni madre farebbe in questi casi – perché mi sarei sembrata un po’ scema con un cono gelato tutto mio al gusto puffo.

Così le ho rubato quel cucchiaino di crema turchina piena di aspettative.

Ma niente. Il misfatto.

Non sapeva di Brooklyn bianche, neanche di menta, neanche d’un remoto anice. Sapeva di zucchero a velo. Che a pensarci bene, ha molto più senso per un bambino. Ma io non cercavo il senso, io cercavo il mio sapore.

Quindi ora, quando penso al gusto puffo, mi sento un po’ confusa. Mi dico che avrei dovuto conservarne il ricordo così com’era, perché certi gusti sono irripetibili, incastrati nel loro tempo e lì dovrebbero restare.

Invece ora mi tocca dire a mia figlia: “Quando ero piccola io, il gusto puffo sapeva di chewing gum”.

E subito mi spunta un capello bianco.