Archivi del mese: aprile 2014

La collezione Lancourt in versione galattica

Quando si dice una recensione originale.

Guida galattica per cuochi di Simone Borselli si prende cura della mia Collezione e della mia pancia.

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Questioni di bavero

questioni di baveroPerché a volte uno ha pure bisogno di dirsi: “Adesso basta, me ne vado.” Poi immagina di farlo in quelle due, tremila occasioni e non lo fa mai.

E non intendo il più banale andarsene fisicamente da casa, ma un più ampio me ne vado da una situazione inaccettabile: dal  lavoro, da una amicizia, da un ricordo, da un pensiero fisso.

Andarsene.

L’inquadratura tipica di una sagoma di spalle che cammina verso l’orizzonte con il bavero alzato e la mano appena sollevata in un cenno di saluto, a chi magari sta guardando, può essere efficace. Senza tramonto, però. E la sagoma: senza faccia, perché è previsto che non dovrà mai voltarsi, pertanto non avrà bisogno di averne una. Al limite, potrà avere belle spalle. E il bavero del cappotto sollevato. Quello sì, è fondamentale.

Credo che a tutti, più o meno, piaccia l’idea di essere (o di essere stato) almeno una volta nella vita la sagoma di cui sopra: un vaffanculo elegante che cammina verso il domani. Non è poi molto importante sapere o capire dove sia diretto con esattezza: via è l’essenziale.

Soltanto uno sceneggiatore pigro e scemo non inventerebbe un degno prosieguo per quella figura che se ne sta andando verso un orizzonte non ancora allestito. Perché andarsene, quando non è fuggire, richiede sempre un certo scellerato coraggio.

L’importante, in questi casi, è non lasciare briciole alla Pollicino facendo finta di mangiare un hot dog o aver mollato un’ancora con una catena dalla lunghezza transiberiana immaginando soltanto di essersene andati. Insomma: l’importante è non tornare.

Perché si ritorna quando non si è mai davvero partiti. O quando si dice me ne vado e poi si inizia ad aspettare, che è lo stesso che non essersene mai andati e non saperselo riconoscere. In questo caso, nessun sofisticato GPS sarebbe in grado di posizionarvi in qualche dove e vi classificherebbe come dispersi abbandonandovi nei vostri labirinti.

Chi ha deciso di andarsene e se ne va, secondo me dovrebbe andare e basta. Avanti, possibilmente. Senza aspettare, né aspettarsi niente. Senza pretendere. Se possibile: senza contare su nessuno, perché quando si va, si è in una condizione di solitudine in cui nessuno può raggiungerti.

Andarsene è un’esperienza mentale, non fisica.

Poi c’è chi lo fa in modo silenzioso, standosene seduto accanto a un altro per tutta una vita e chi invece resta per sempre, anche se una sola volta si è alzato e uscendo ha detto “basta, me ne vado” e se ne è andato.

Pertanto, per non confondere nessuno, sarebbe preferibile un me ne vado plateale, di quelli che si raccontano, ti incoraggiano e ti fanno sperare. Di quelli che il bavero è sollevato e la faccia ha solo due spalle che camminano.

E se per caso aveste una vaga intenzione sappiate che, vista la stagione, anche un impermeabile può fare al caso.


Una bella recensione a “Bowling e margherite”

Una bella recensione di Marco Prioretti Mancini al mio “Bowling e margherite”. Qui.