Archivi del mese: febbraio 2013

Mino Martini

Il mio racconto 1° classificato del concorso Bla Bla Bla indetto dallo Starbooks  inserito nell’ebook contenente i cinque racconti selezionati.

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Mino Martini non aveva imparato niente nella vita.

Arrivato a trent’anni, quel poco che aveva appreso suo malgrado, aveva pensato bene di dimenticarlo.

Si era scordato persino la tabellina del cinque che, si sa, dopo quella del due è la più semplice. Non ricordava nessuna data di storia, né aveva mai ritenuto necessario ricordare quelle dei compleanni. Non conosceva la geografia, né sapeva chiedere scusa, non sospettava l’uso delle acca, né quello del galateo.

Non sapeva neanche cucinare, né essere discreto, non sapeva compilare un assegno, né guardare Giulia, la ragazza del bar, in quegli occhi troppo azzurri e pure un po’ cattivi.

Soprattutto Mino Martini non capiva perché tornasse al bar ogni giorno per vedere Giulia e poi, ogni volta, lo sguardo gli diventasse così pesante da non riuscire a sollevarlo dal bancone e ogni pensiero gli scivolasse in fondo allo stomaco attorcigliato.

Ad ogni modo, anche se di certo non sospettava l’esistenza del teorema di Pitagora o delle formule matematiche, Mino Martini sapeva contare. Per esempio contava i tredici minuti che Giulia impiegava per andare da casa sua al bar, con la bicicletta; quindici se pioveva. I due minuti che usava per assicurare la bici al lampione davanti al locale. Poi quei secondi – dai tre ai cinque, mai di più – in cui Giulia si fermava sulla soglia del bar poco prima di entrare e si voltava verso di lui, seduto in macchina, per guardarlo. E se fosse per paura, per corrispondenza o solo per abitudine, questo lui davvero non poteva saperlo. Però sapeva che doveva contare almeno otto minuti prima che il cuore smettesse di battere come un motore impazzito.

“Mino che dici?” gli chiedevano i compagni di bevuta, sempre in modo gentile e non più di una sola volta, perché a uno che aveva la faccia piena di cicatrici, non sapevi mai come parlargli.

“Gli hanno tagliato pure la lingua, a Mino” rispondeva Giulia, aspra.

E lui, che non era abituato a parlare senza infilare nel discorso almeno due parolacce e tre bestemmie, preferiva stare zitto e alzare le spalle.

Eppure Mino Martini si guardava allo specchio ogni giorno e continuava a vederla la sua bellezza, sotto i tagli. E se lo chiedeva perché sua madre lo avesse premiato con una faccia così bella e poi lo avesse punito con un cervello tanto scemo. Perché sin da bambino, i numeri e le lettere gli si confondevano nella testa e a otto anni aveva ormai stabilito che lui e i libri erano pane e broccoli di mattina. Pertanto aveva scelto di restare stupido come gli dicevano tutti. Se lo era promesso. E per non dimenticarselo, a dieci anni si era inciso dei tagli precisi e netti sulle guance, sulla fronte e sul naso, perché non la sopportava quella sua faccia: lui voleva soltanto assomigliare a un grumo di ignoranza.

Quando quella mattina Giulia cadde dalla bicicletta e Mino Martini vide che faceva fatica a rialzarsi, anche se non aveva mai saputo niente nella vita, in quel momento seppe senza ombra di dubbio che era il momento di intervenire.

Sceso di corsa dalla macchina, si era avvicinato alla ragazza con la stessa cautela che avrebbe dispensato davanti a una tigre assopita.

“Ti sei fatta male?” le aveva chiesto, senza gentilezza e pure un po’ insicuro se fosse la cosa giusta da dire.

Giulia era rimasta immobile, forse accusando un dolore alla gamba e poi cercando di rialzarsi.

“Certo che mi sono fatta male” rispose lei con il solito tono rancido. Ma tentando di rimettersi in piedi, le gambe le cedettero di colpo e lui la prese in braccio al volo.

Mino Martini percepì quel peso così minuscolo contro di sé e sentì avvampare il cuore. Si chiese se avesse fatto bene o se avesse fatto male. Ma di certo non avrebbe dovuto mai e poi mai lasciarla cadere, quindi sì, senza dubbio doveva aver fatto bene.

“Ti porto al pronto soccorso?” trovò da dirle.

“No, portami a casa” rispose lei senza accennare a voler scendere, forse perché la gamba le faceva davvero male o forse perché invece le piaceva stare lì.

Ma questo Mino Martini non se lo chiese nemmeno, perché averla fra le braccia già gli bastava. L’aveva fatta accomodare sul sedile del passeggero e si era assicurato che non avesse il giaccone fuori dell’auto prima di chiudere lo sportello; poi lo spinse piano, pianissimo, perché aveva paura che Giulia potesse scomparire con un semplice spostamento d’aria.

Mise la bici nel bagagliaio e rientrò in macchina, e quando vide Giulia seduta accanto a sé, Mino Martini ebbe un sussulto incredulo come se fosse apparsa all’improvviso.

“Allora? Mi porti a casa sì o no?” chiese lei infastidita.

Mino Martini si scosse dal suo momento.

“Sì, sì, adesso parto…” rispose subito, col respiro impacciato, accendendo in fretta il motore.

Mino Martini pensò che, dopotutto, non c’era bisogno di sapere che erano sette i re di Roma per riconoscere la felicità quando arrivava.

Ecco vedi, si disse Mino Martini sorridendo, i re di Roma erano sette. Qualcosa la so pure io.