Archivi del mese: gennaio 2013

Pagelle

registroMi capita di ripensare alla scuola. Alle facce che avevamo. Ai voti.

Mi ricordo, per esempio,  l’alunna da 7. Quella con la riga da una parte che indossava spesso la camicetta. Quella che oggi sa sfornare una perfetta crostata alle albicocche e sa fare il punto croce. Quella che sa dirti come preparare la pastella per il fritto e sa fa l’amore in modo esaustivo, senza troppe stramberie. Quella che ha famiglia, che risparmia quando può, che sa educare i figli, quella che le piacciono i merletti in fondo alle lenzuola e che se le passi vicino, profuma sempre di ammorbidente.

Poi c’era l’alunna da 4. Un casino su tutta la linea. Quella che passava il tempo nei bagni a fumare, che falsificava le giustificazioni, quella che odorava di acqua di colonia e sigaretta, fra il torbido e il proibito. Quella che non sarebbe arrivata al diploma perché tanto avrebbe mollato prima. Quella che a letto era già una scatenata e che faceva spesso l’autostop. Era quella che non gliene fregava niente delle interrogazioni o di morire. Quella che oggi manca all’appello.

Poi c’era il gruppetto del 6.

Quelle che studiavano quando c’erano le interrogazioni, che evitavano i compiti in classe quando non erano preparate, che chiedevano alla secchiona di passare il compito, quelle che se facevano tardi la sera, poi la mattina si spalmavano sul banco durante la prima ora (se stavano dietro). Quelle che a letto sarebbero state brave. Quelle che oggi, a volte, fanno le ciambelle in casa e se non riescono col buco alzano le spalle e aprono una confezione di Tegolini, ché almeno non sono fritti.

Poi c’era la secchiona. Da 8 a più infinito. Quella che studiava perché gli piaceva studiare. Quella che forse studiava e basta e che con ogni probabilità non avrebbe mai fatto l’amore, o forse sì, ma di certo in modo scolastico e comunque poco, molto poco. Quella che a volte passava i compiti e quella che invece, manco morta. Quella che sarebbe rimasta zitella per sempre, con l’olezzo da solitudine da numero primo. Quella che oggi dirige un’azienda o una scuola o la Nasa.

Le alunne del 5 invece, boh, mai pervenute.

Al di là del voto, ci assomigliavamo tutte: nel passo acceso, nel colore di quei sorrisi bestiali tanto erano belli, nella serena certezza di avere una quantità di tempo a lunga scadenza da sgranocchiare a oltranza come caramelle.

Tornassi indietro, mi abbraccerei, ma in fondo non mi consiglierei niente. Mi darei un bel bacio sulla guancia e mi direi: “Fa’ quello che vuoi. Io ti aspetto.”

Poi però, approfitterei del mio sconcerto per sfilarmi dalla tasca una bella scatola di quelle caramelle. Tanto non mi accorgerei di niente.

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