Archivi del mese: settembre 2012

Monouso, per favore di Luigi Salerno

“Monouso, per favore.”

“Subito, signore.”

Trucco da troia…”

“Cosa ha detto, scusi?”

“Ho detto monouso.”

“Come si permette?”

“Cosa, cosa, scusa?”

“Io ho sentito una brutta parola.”

“Brutta parola? Ha solo un bel trucchino pesante, che cosa ho detto?”

“Perché mi sta facendo questo?”

“Allora, glielo diciamo al suo bel cassiere quanto ti ho prestato?”

“Le mani, signore, le mani no, per cortesia!”

“E tu perché non rispondi?”

“Quello adesso non c’entra, è un’ altra cosa.”

“Ah, è un’altra cosa, ora capisco.”

“Il suo caffè:”

“E che porti sotto, oggi? Il toppino nero di venerdì, non è così?”

“Per favore, che oggi non mi sento bene…forse ho la febbre.”

“Lasciamo perdere, allora: sta entrando anche gente; e tu rispondimi meglio la prossima volta!”

“Il signore paga…”

“Era corretto con Baileys, signorina.”

“No, va bene così, per il signore fa lo stesso…”
_______________________________
Chi è Luigi Salerno
Premiato alla XV Edizione International Gypsy Friend Arts Competition, anno 2008. Premiato alla seconda edizione del Concorso Nazionale “Libriamo 2009” Vicenza, dedicato alla figura di Goffredo Parise.

Selezioni del Concorso Verba Agrestia 2011- Società Studi Patri. Gallarate”. Alcuni suoi testi sono pubblicati su Terre di Mezzo;  La Serenissima; Associazione Zoing (Libriamo 2010); Poesia è rivoluzione;  Lieto Colle; Flanerì (Incontri poetici II edizione) Rivista Musicaos.it ; Starbooks Coffee. Di prossima pubblicazione il romanzo “L’azzurro della notte”con la casa editrice “Il Pavone” di Messina, all’interno del progetto Parole Indipendenti. Cura un blog letterario: http://bookandshade.blogspot.it/
Annunci

MD

Ogni volta che penso a lei, la immagino scrivere. E non solo perché in fondo era una scrittrice. Ci sono scrittori che immagino intenti a fare tutt’altro che a scrivere. A vivere, per esempio. Ma lei no.

MD è ingobbita su uno dei suoi quaderni, uno di quelli degli armoires bleues, con una matita in mano. Non ha una penna o una macchina da scrivere.

Forse perché le parole che si scrivono a matita scivolano in modo diverso sul foglio e su se stessi. Si compongono con cura, si coagulano nella scia grigia di un pensiero poroso, intenso, eppure cancellabile con un tic di gommapane. La mina scava senza fretta, ritmata dal graffio degli allunghi che altalenano sulla carta. I segni di interpunzione sono cicatrici che restano anche dopo. Dopo che si cancella, e poi dopo ancora. I punti sono risoluti, sempre. E’ quasi difficile ripartire dopo uno di quelli.

Eppure MD ripartiva, instancabile, fino alla fine di quello che doveva dire e di quello che non avrebbe mai voluto dire. Non ha mai avuto paura di scrivere. Ha scritto tutto, tanto, il suo indicibile soprattutto. E quello si può soltanto scriverlo a matita, con caratteri minuti, a scomparire, fino a negare di averlo mai fatto, davanti a una finestra aperta sul mare. Un mare d’inverno, deserto di euforie, di ambre solari, di turisti. Un mare vivo, con l’onda restituita a se stessa che batte sullo scoglio per ricordarti che esiste. Io così io lo scriverei.

MD parla spesso di se stessa, e di donne e di uomini al limite: di un’ossessione, di una follia, di una mancanza. Riesce a rallentare la scrittura fino a fermarla, a sospenderla, assottigliandola in un qualche tipo di silenzio da cui è difficile guarire. Perché non è un silenzio tessuto d’assenze o di vuoto, è pieno della sua essenzialità. Non si è mai preparati abbastanza.

Ecco sì, è questo in fondo Marguerite Duras: essenziale.

C’est tout.


Le attese

Quanto deve durare un’attesa?

Perché la risposta è fondamentale. A volte si aspetta talmente a lungo, costruendoci così tanta vita attorno, da dimenticarci perfino che si stava aspettando.

Che poi, dipende dalle attese. E da noi. Perché ci sono attese di ritorni, attese di arrivi, di partenze, attese di risposte. Spesso: attese senza risposta.

A volte si aspetta per pigrizia, altre per orgoglio, a volte per paura di cambiare, altre per cambiare a tutti i costi. O perché altro non si può fare. Perchè “tutto si sistemerà.”

Le attese sono fatte della stessa materia del tempo e dell’io, intrecciata spesso in modo irrisolvibile. A volte è solo necessario capire che aspettare è inutile, altre che è sbagliato, altre ancora che è indispensabile.

A volte si aspetta senza sapere bene cosa, oltre il tempo.

Ci sono attese che durano tutta una vita. Quelle che durano un battito. Quelle interrotte. Ci sono attese che ti coccolano e quelle che ti massacrano. Le attese che ti fanno compagnia. Quella da cui non guarirai più.

Nella vita in fondo, non facciamo altro che aspettare: aspettiamo in fila alla posta, al semaforo, una nascita, aspettiamo l’esito di un esame, la torta che lieviti nel forno.

Spesso non conosciamo la durata dell’attesa, calcoliamo quanto siamo disposti ad aspettare, ci diamo una scadenza. Oltre: smettiamo, arriva il nostro turno, si apre il forno, diventa verde, tocca a noi.

Il difficile sta solo nel quantificare: devo aspettare ancora un po’? O devo smetterla? Perché a volte, aspettando, si perde l’unica occasione. Oppure: tutte le altre.

L’attesa è un oggetto vuoto. La riempiamo di aspettative, di preparativi, di spritz, di paranoie, di vita, eppure vuota resta. Divora ogni cosa. A volte anche te.

Poi succede che smetti di aspettare e ti accorgi che è più vuoto di prima. Che l’attesa, tutto sommato, riempiva se stessa.

Io per esempio non so aspettare. Ma forse solo perché ho sempre preferito il mojito allo spritz.