Archivi del mese: giugno 2012

Me lo darebbe un bacio? di Luigi Salerno

“Me lo darebbe un bacio?”

“Me lo darebbe cosa?”

“Un bacio, l’ ho appena detto: un bacio.”

“Ma se non la conosco!”

“Uno solo, un bacio solo: che le costa un bacio, uno?”

“Lei starà scherzando, mi auguro…”

“E’ per il sentirsi amati, anche per gioco, solo uno.”

“La trova una cosa seria?”

“Dice il sentirsi amati?”

“Sta arrivando il mio tram, le dispiace, per favore?”

“Saremmo forse in tempo, o un po’ innamorati, chissà…”

“In tempo poi per cosa?”

“Per l’infelicità?”

“Eccolo, è arrivato: il mio 184!”

“Sia felice, allora… anche senza di me.”

“Il portafoglio! Dannazione! Il mio portafoglioooooooooo!”

Luigi Salerno

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I miei primi quarant’anni

Ecco, sì, quarant’anni.

Mi dico che qualcosa avrò pure imparato nel corso di questi quarant’anni. E se mi concentro, magari, mi verrà anche in mente.

Per esempio ho imparato a fare l’uncinetto e  un po’ di dritto-e-rovescio. Con e senza racchetta. Ho imparato a cambiare un pannolino e l’umore in un batter d’occhio. A perseverare negli errori. A sciogliere in bocca certe caramelle senza masticarle.

Ho imparato formule matematiche, chimiche e magiche.

Ho imparato a schiacciare bottiglie di plastica e orgoglio.

A scordarmi di dimenticare.

Ho imparato a distinguere un ricamo da un devoré, e ho imparato che non serve a niente.

Ho imparato a disimparare.

A fabbricare castelli in aria, con o senza ponti levatoi. Sopra e sotto le nuvole.

A ballare tanta musica e, quando è servito, anche qualche silenzio.

Che posso cantare pur essendo stonata, perché non sempre poi si mette a piovere.

Che non esistono ombrelli per certi tipi di pioggia.

Ho imparato a strecciare i capelli di mia figlia senza farla urlare, e a interrompere un pensiero prima che la notte urli a me.

Ho imparato il nome di molte rose e a uccidere in modo scientifico ogni tipo di fiore.

A non saper aspettare.

Ho imparato il nome dei Teletubbies e dei Barbapapà, uno a uno. So chi è il signor Nilson.

Ho imparato a non restare incastrata con un tacco 10 sul pavimento grigliato di certi parcheggi.

Che la bontà delle mie crostate sarà sempre inversamente proporzionale alla loro presentabilità.

Ho imparato – e mi è costato – a smetterla di comprare ogni barattolo di marmellata in offerta. Ma vi dico che si può fare, perché io ce l’ho fatta.

Ho imparato che la matematica sarà sempre una mia opinione, perché la razionalità ti fa respirare, ma vivere è diverso.

E poi basta, non ho imparato altro, mi pare.

Ah no, ecco, un attimo: ho anche imparato a mangiare i pomodori.


Senza soluzione di Agata Me

“Ma io non capisco, si può sapere cosa sta aspettando?”

“Me.”

“E allora scusa… cosa aspetti?”

“Lui.”

 

 

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Chi è Agata Me

Sono nata nel 1971. Da allora ho sempre odiato la matematica e la logica. Scrivo per ricordarmi chi sono: Me. Perché tendo a dimenticarlo.


Frugo nei libri

Frugo nei libri, cercandomi. In una frase, in un ossimoro, nei colori di un personaggio.

Perché ci sono volte in cui leggo per imparare, altre per ricordare, ci sono volte in cui leggo per dimenticare, altre solo per cercare.

Quando poi trovo la frase che dice di un momento che so, allora ho bisogno di leggerla, di rileggerla, di trascriverla, di impararla a memoria, di interpretarla in modi diversi, di capire cose che non riesco a risolvere. Forse spero di scovarci un antidoto, un ritrovato letterario, una pozione grammaticale che metta in ordine i pensieri, magari anche sparso, purché poi alla fine io possa ritrovarci un indizio, o anche solo un inizio di risoluzione.

Nei libri non ci sono le risposte (né quelle giuste, né quelle sbagliate), però ci sono le storie, che ti accolgono o ti raccolgono. Ti restituiscono – interi – ricordi fratturati, episodi interrotti, aspettative sospese o felicità inespresse.

Non c’è il libro che parla di te, ma c’è quello che mentre leggi senti che ti abbraccia da dentro e che ti stringe per infonderti qualcosa che ti sfugge: un respiro diverso, la consapevolezza di un errore, la certezza del tuo giusto, la perseveranza in un sogno.

Capita di rado, è vero, ma quando capita non riesco a smettere di parlarne.


Riflessioni di Daniela Staccioni

“Come sto?”

“Insomma…”

“Non ti piace?”

“Non sono convinto.”

“A me sembra carino…”

“C’è qualcosa che non va.”

“Cosa?”

“Un attimo,  sto riflettendo…”

“Dai, dimmi!”

“Sì, ci sono: la forma non ti valorizza, sembri una pera!”

“Come una pera? Non è che tu distorci un po’ le immagini?”

“Ecco, uno dice la verità e subito cominci ad offendere”

“Eh, ma scusa, critichi sempre.”

“E allora cambia specchio…”

 

 

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Chi è Daniela Staccioni

Daniela, 37 anni, donna multifunzione: moglie, mamma, figlia, impiegata, casalinga (in ordine variabile, ma la casalinga è sempre all’ultimo posto …). Gradirei diventare milionaria, ma non tento mai la fortuna … forse non voglio chiedere troppo, ho già tanto!


Per Alessandro Baricco, una lettera.

Ciao Alessandro,

non potevi certo pretendere che ti leggessi subito. Alla fine, giunto il tempo esatto d’attesa, come solo un disco orario rotto potrebbe misurare, ho comprato Mr Gwyn.

Mi piace sempre, e lo sai, quando ritrovo sulla pagina i tuoi agglomerati di parole a delineare lo spostamento impercettibile del nulla, fino a definirne lo spazio e a misurarne la consistenza.

Ho divorato le tue parole come piccoli gusci interi, ma vuoti: non ti saziano mai.

Il libro attraversa il tempo in una sua luce opaca, di nebbia asciutta, senza stagioni e digiuna d’orari.

Forse è la prima volta che non ci trovo quella tua certa arroganza, che per carità, io t’ho sempre perdonato, anche se un certo “Federico” m’ha denigrato pubblicamente per giorni, accusandomi di essere, più o meno, un’idiota a leggerti.

Io invece trovo che hai la misura del mio passo, e la tua punteggiatura sosta perfetta nel mio respiro.

So, che lo sai, che hai ripetuto una volta di troppo la parola “irragionevole”, ma so anche che  sarebbe stato irragionevole non farlo, tanto è esatta e commovente.

Per il tutto il tempo ho avuto la sensazione – tremula – di avere fra le mani una  di quelle Caterina de’ Medici e, fino all’ultimo, il terrore di romperla. Credo di aver letto senza respirare. Ma poi, alla fine, tu hai spento l’ultima lampadina.

Troppo presto, come sempre. E forse solo perché tornassi a respirare.

A presto,

Manuela