Archivi del mese: febbraio 2012

Frasi carillon

Ci sono frasi che se anche attraversassero la tua vita ogni cinque minuti, non le noteresti mai, nemmeno se qualcuno te le indicasse passare. Un po’ come l’autobus che stai aspettando da mezzora e che quando arriva, lo guardi fermarsi, ripartire e resti pure a chiederti per quanto tempo ancora dovrai aspettare.

Poi invece arriva quel giorno, quel minuto, quell’esatto istante in cui tu le leggi, pure distratto, e tutto cambia. O comunque qualcosa accade. Perché magari, nell’indifferenza corazzata del giorno, si è aperta una crepa o anche solo una piega sottile, e quelle parole s’infiltrano e ti sconquassano l’habitat.

Perché alcune parole, inanellate in un certo modo, hanno una tale chiarezza, nel momento in cui le vedi scritte, così nero su bianco, incontrovertibili, che sanno esprimere con esattezza quello che volevi dire, spesso senza sapere neanche che volevi dirlo. Ti stanano. O ti tanano. Comunque quantomeno, certe frasi ti rapiscono. Poi non sempre qualcuno può permettersi il riscatto.

Perché non sono frasi qualsiasi: sono sempre frasi a effetto.

Ci sono frasi a effetto Ungaretti, che t’illuminano pure d’immenso. E frasi a effetto Quasimodo, che t’arrivano dritte, come una sassata, centrando l’unica lampadina accesa, ed è subito sera.

In ogni caso, sono tutte frasi che innescano meccanismi. A volte sono timer, altre bombe, altre ancora splendidi carillon.

Che pure i carillon, Sergio Leone ci ha insegnato che non sono poi così innocui. Insomma, alla fine c’è sempre qualcuno che va a prendersi una pallottola.

Però, dovessi scegliere, preferirei leggere una frase carillon, e con la stessa musica di quello che avevo da bambina: La vie en rose. Sennò niente.

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Francesca Di Nardo illustra il post “Materie in ascensore”

In ascensore c’è chi sta zitto e chi parla del tempo, c’è chi stila la lista della spesa, chi quella delle scuse. C’è chi rimira fondoschiena e chi décolleté.

Io invece faccio matematica.

Di solito salgo, individuo la targa dove sono indicate la capienza e la portata,  e poi avvio le operazioni. Ovvero calcolo le probabilità di tracollare al suolo, nel caso in cui la stazza di qualche presente superi la “persona”. Perché dire “capienza quattro persone” è sempre molto aleatorio e fuorviante laddove c’è chi incarna il principio della moltiplicazione. Cioè, c’è sempre l’uno che fa per due, i due che fanno per tre, o peggio: c’è chi se ne frega del numero dei già presenti e s’incunea nel vano l’istante prima che la porta sigilli il carico.

In questi casi, è sempre rassicurante la presenza di chi umanizza il principio promozionale del “3 x 2″, di norma lo smilzo o il brevilineo. Perché  la media si abbassa e le probabilità di raggiungere il piano si allineano alla mia prospettiva di vita.

Quando invece in ascensore entra un bambino, smetto di fare matematica. Perché se il pargolo è irrequieto e – contro le direttive genitoriali e le occhiate assassine degli astanti –  improvvisa un assortimento di salti e/o spostamenti bruschi, il solo Caso designerà le possibilità di sopravvivenza. Degli astanti, ma soprattutto del pargolo stesso.

Sperimento invece la certezza matematica del risultato, quando mi posiziono davanti alla porta scorrevole dell’ascensore e spingo il pulsante. Il risultato è sempre  zero. Zero le volte che l’ascensore è al mio piano. Forse Kundera ha ragione: la vita è altrove. E tutti lo sanno, tranne me, che sono sempre al piano sbagliato.

Poi però, capita anche che in ascensore si è solo in due, e allora esercito l’italiano.

Quando invece sono da sola, faccio filosofia.

E quando l’ascensore non funziona, faccio le scale.