Archivi del mese: gennaio 2012

Orizzonti

Le linee dell’orizzonte hanno un gran da fare. Accogliere così tante aspettative,  riflessioni, speranze, così tante delusioni.

Per questo, certo, esistono tanti orizzonti quanti passi si riescono a fare: uno soltanto, o anche troppo pochi, collasserebbero in un istante.

Poi, chi avrebbe più un posto dove appoggiare lo sguardo quando si è da soli? O anche solo da sbirciare ogni tanto, quando non si sa più cosa dire, sperando almeno lì di trovarci le parole?

E poi, non dimentichiamolo: ognuno di noi è seduto, in linea d’aria, sopra l’orizzonte di qualcun altro che sta guardando da lontano. E’ una responsabilità.  Ed è opportuno comportarsi bene. Insomma: non è saggio infilarsi le dita nel naso o dire troppe parolacce, o anche fare gesti poco allineabili a un guizzo di poesia. Quel qualcuno che, da altri dove, sta magari sognando verso di noi, sapendolo, potrebbe pure ritenersi offeso.

Sì, lo so, gli orizzonti  sono luoghi chiusi a chiave.  A doppia mandata. Chi verrebbe mai a saperlo? Però, come direbbe mia nonna: “Non sta bene.”

Comunque, dopotutto, quando si è giù di corda, non fa poi così male pensare di essere un orizzonte. Più o meno sigillato.

Io in parte mi ci sento: quella linea fra mare e cielo, che non è ancora cielo, ma non è più neanche mare, quel punto tanto esatto quanto incerto. Che è sempre molto meglio che dire: mi sento né carne né pesce.

Divertirsi con le parole, dopotutto, servirà pure a qualcosa, ogni tanto…


Francesca Di Nardo illustra il mio racconto “Ioleanna”


Materie in ascensore

In ascensore c’è chi sta zitto e chi parla del tempo, c’è chi stila la lista della spesa, chi quella delle scuse. C’è chi rimira fondoschiena e chi décolleté.

Io invece faccio matematica.

Di solito salgo, individuo la targa dove sono indicate la capienza e la portata,  e poi avvio le operazioni. Ovvero calcolo le probabilità di tracollare al suolo, nel caso in cui la stazza di qualche presente superi la “persona”. Perché dire “capienza quattro persone” è sempre molto aleatorio e fuorviante laddove c’è chi incarna il principio della moltiplicazione. Cioè, c’è sempre l’uno che fa per due, i due che fanno per tre, o peggio: c’è chi se ne frega del numero dei già presenti e s’incunea nel vano l’istante prima che la porta sigilli il carico.

In questi casi, è sempre rassicurante la presenza di chi umanizza il principio promozionale del “3 x 2”, di norma lo smilzo o il brevilineo. Perché  la media si abbassa e le probabilità di raggiungere il piano si allineano alla mia prospettiva di vita.

Quando invece in ascensore entra un bambino, smetto di fare matematica. Perché se il pargolo è irrequieto e – contro le direttive genitoriali e le occhiate assassine degli astanti –  improvvisa un assortimento di salti e/o spostamenti bruschi, il solo Caso designerà le possibilità di sopravvivenza. Degli astanti, ma soprattutto del pargolo stesso.

Sperimento invece la certezza matematica del risultato, quando mi posiziono davanti alla porta scorrevole dell’ascensore e spingo il pulsante. Il risultato è sempre  zero. Zero le volte che l’ascensore è al mio piano. Forse Kundera ha ragione: la vita è altrove. E tutti lo sanno, tranne me, che sono sempre al piano sbagliato.

Poi però, capita anche che in ascensore si è solo in due, e allora esercito l’italiano.

Quando invece sono da sola, faccio filosofia.

E quando l’ascensore non funziona, faccio le scale.


Dieci cose da salvare

Il valzer lento ballato da mio padre e da mia madre.

Il profumo di scuola che aveva la mia cartella alle elementari.

Lo stropiccìo della carta di certe caramelle.

La neve croccante sotto le scarpe in un giorno di vacanza.

Il mio cappello preferito.

Gli arancini di mia madre.

I lampioni accesi alle sette di sera di settembre.

Il mio anello di legno di cocco.

Il profumo dei tigli.

La calligrafia.


Forrest Gump

Nel mio quartiere c’è un ragazzo che corre.

Lo sento spesso la mattina presto, nel chiaroscuro della strada che dorme. Sento il passo cadenzato delle scarpe sull’asfalto. E quando dico “cadenzato”, non intendo il ritmo “tic tac” dell’orologio, ma un “tac tac” monotono, rassicurante, gemello a quello del giorno prima, e piuttosto eterno.

Quel ragazzo corre sempre:  la mattina e in qualsiasi altra ora della giornata, con qualsiasi temperatura, stagione, evento climatico, politico, socio-economico e sismico. Corre appena può e, ne sono certa, anche quando non può.

Lui corre. Per ore e ore.

Corre perché è un podista pignolo, o perché non sa fare altro nella vita. Corre per allenarsi a scappare, o perché se si ferma inizia a pensare. Corre perché vuole tenersi in forma, perché vuole bruciare calorie, pensieri, rabbia, passione, sogni, per carbonizzare la sua vita, con la musica negli orecchi e il vento addosso, leggero, gelido o bollente. Corre che non si stanca, mai un fiatone, un cedimento, come se potesse farlo per tutta la vita e pure oltre. Corre perché gli piace correre, o perché vede il mondo in movimento e correre è l’unico espediente per tenerlo fermo. Corre che non riesce più a cogliere il momento, l’attimo, l’istante, col presente alle spalle. Corre perché ha fretta del futuro.

Boh.

Non lo so perché corra tanto questo ragazzo. Però quando mi sveglio di cattivo umore e sento arrivare la sua corsa, mi tranquillizzo e penso: finché il ragazzo corre, non può di certo finire il mondo.

Comunque non è normale che un ragazzo corra così tanto. Io domani lo fermo e glielo dico.


Ci sono libri

Ci sono libri che leggi e dimentichi, libri ottimi messi di pancia, l’uno sopra l’altro, impilati in un unico fermalibro.

Poi ci sono libri che si leggono in viaggio, in transito, mentre tu e la storia siete l’unico punto fermo e tutto il resto attorno scivola via, sopra o sotto terra, sopra o sotto il livello del mare, o anche ondeggiando a livello del mare.

Ci sono libri che leggi sbranandoli, e alla fine hai più fame di prima.

Libri che leggi con nostalgia, perché ti mancano già leggendoli.

E libri che ti cambiano la vita,  perché cambiano te.

Ci sono libri che ti fanno innamorare per il titolo e libri che ti fanno innamorare.

Ci sono libri che, alla fine, avresti voglia di lanciarli contro un muro perché l’autore si è divertito a farti soffrire per trecento pagine e non si è degnato di ricompensarti nemmeno con un lieto fine.

Poi ci sono libri che ci trovi dentro parole nuove e libri che ci trovi dentro parole che avevi dimenticato o anche solo voluto dimenticare.

Ci sono libri che leggi con un certo tipo di musica e quella musica, per sempre, ti ricorderà certi libri.

Ci sono libri che parlano di te, a te, che tu dici: ma l’autore come fa a sapere chi sono io?

Poi ci sono libri che vorresti non aver letto, per il gusto di leggerli ancora per la prima volta.

Libri che potresti regalare a chiunque, e libri che puoi regalare a quella persona soltanto.

Ci sono libri che avresti voluto scrivere e libri che, dopotutto, non avresti mai saputo scrivere.

E poi ci sono i libri che lasci a metà. A tre quarti. A un terzo. A una pagina. A.


Highlander

Nel rione dove abito c’è una casa per anziani. Qualche ospite più in forma spesso esce e si aggira nei dintorni.

Un signore, in particolare, da tanti anni frequenta la piazzetta del quartiere che raccoglie la comunità del posto.

Il viavai della tabaccheria lo ha ribattezzato “highlander”. Ma non a caso.

Quest’uomo è alto, magro, con una perenne cicca fra le dita. Ora non so se, in questi dieci anni che abito qui, la cicca sia rimasta sempre la stessa oppure ogni giorno è una diversa. Fatto sta che lui spesso chiede “un euro per le sigarette” e nessuno gli dà mai niente, quindi è possibile che da anni, sia ormai sempre la stessa.

Ogni volta che qualcuno gli passa vicino lui gli ricorda, urlando o sussurrando, a seconda del caso o della distanza – ma comunque sottolineando il tutto con una o più bestemmie – che non può morire. Sbraita che ha più di duecento anni e che gli toccherà vivere per sempre.

Nessuno gli crede, siamo d’accordo. Eppure, in tutto questo tempo che lo osservo, nella sua faccia da settantenne non si è aggiunta né rinsaldata nessuna imperfezione. La mappatura delle sue rughe è rimasta identica a se stessa a tracciare il percoso della sua personale visione del mondo.

Magari non conta neppure che spesso vada in giro con un lungo pastrano.

In fondo, nel corso di questi anni, non ho mai sentito di teste mozzate trovate nel quartiere, quindi escludo si possa trattare di un autentico immortale.

Certo, se lo fosse, questo post potrebbe farlo scovare per la reminiscenza.

Ma il mio blog è uno spazio così minuscolo che, dopotutto, non credo di averlo messo in pericolo di vita.