Archivi del mese: dicembre 2011

Hula hoop

Non so fare l’hula hoop.

Non so fare tante altre cose, siamo d’accordo, per esempio non so fare il punto croce, non so cambiare una gomma a terra, non so prendere la vita con leggerezza, non so tenere un barattolo di Nutella sigillato nella sua pellicola per più di un giorno, non so “fare pace”.

Mi sono pure chiesta quanto mai possa contare, in una vita, non saper fare l’hula hoop. Perché in maniera oggettiva, niente. Non ho mai desiderato lavorare in un circo o battere un qualche guinness dei primati.

Eppure sono certa che questa mia incapacità abbia interferito in qualche modo con la curva di un sorriso o col tono di stizza di uno sguardo. E sono inoltre sicura che abbia riempito, di qualche tacca, il silos di rabbia che mi porto dentro.

Ha inciso sul mio carattere, senza ombra di dubbio. Anche perché altrimenti non saper fare l’hula hoop  è una cosa di cui ci si dimentica, da adulti. E il fatto che invece io non me lo scordi, potrebbe forse voler dire due cose: che non sono cresciuta poi così tanto (davvero un risultato troppo sperato);  o che quel cerchietto colorato, attraverso la sua resistenza, abbia sempre cercato di comunicarmi qualcosa, del tipo: leggerezza.

Perché inizio a sospettare che sia sempre esistito un nesso fra il non saper fare l’hula hoop e il non saper prendere la vita con leggerezza.

Che poi, a vederlo fare, l’hula hoop sembra facile: ti muovi appena, quasi che stai fermo, e quello gira alla faccia della forza di gravità. Con gli altri, appunto. Perché con me, invece, quel cerchietto infingardo, se la ricorda eccome la forza di gravità.

A mia discolpa c’è da dire che non l’ho mai ricevuto per regalo, l’hula hoop. E che quindi, avendolo sperimentato soltanto in occasioni di aggregazioni, mi è mancata la pratica.

Posso pertanto concludere che la mia totale incapacità di prendere la vita con leggerezza, è dovuta al fatto di non aver mai avuto un cerchio di plastica colorato appoggiato da qualche parte nella mia camera.

(Però sapevo saltare la corda. Entravo e uscivo a tempo perfetto. Bravissima, davvero. Ma, evidentemente, quello non ha mai contato per certe questioni. A saperlo prima…)


Le parole che salverei

Se un despota pazzo un giorno si svegliasse e costringesse a bruciare tutti i vocabolari, di nascosto strapperei le pagine che contengono alcune parole che, secondo me, andrebbero salvate ad ogni costo.

Salverei la parola contrafforti. Perché è una parola che dà fiducia, una parola che di per sé ti protegge. Non so bene da cosa, ma è meglio tenerla ben ripiegata da qualche parte.

Salverei la parola impudica, che ho trovato per la prima volta nel romanzo “L’amante” di Marguerite Duras, la mia autrice preferita. La frase era: “E’ impudica Hélène Lagonelle, e non se ne accorge”. La Duras resterà per me sempre legata a questa parola che devo per forza tutelare, per tutelare tutto il resto di lei.

Poi salverei le parole pontile, minuscolo e luppolo, perché hanno un suono che mi piace.

Salverei la parola nautofono che a vederla scritta, lo so, è orribile, ma quel suono rivolto al mare, nella nebbia, mi appartiene più di qualunque altro.

Salverei la parola bottoniera perché quando l’ho vista scritta, in una favola, ho pensato che l’autore era stato davvero bravo a trovare l’esatto vocabolo per nominare quella cosa. Terrò in custodia bottoniera per ricordarmi che esiste sempre la parola giusta. Così, in un certo senso, salverò tutte le altre.

Salverei la parola viola, perché con un solo termine preserverei un colore, un fiore, un arco e mia figlia.

Salverei la parola sobillatore, perché m’ha sempre fatto ridere tanto.

Infine salverei la parola despota per ricordarmi il motivo per cui tengo ripiegate nella tasca, le pagine strappate del mio Devoto-Oli.


Da grande

C’è stato un periodo della mia vita in cui “da grande” avrei voluto fare la spadaccina. E, all’epoca, mi sembrava una scelta del tutto sensata. Poi c’è stato il periodo in cui avrei voluto fare la pilotessa di jet, l’astrofisica, infine la reporter e la scrittrice.

C’è stato il momento in cui ho dovuto scegliere cosa fare “da grande”, con la leggerezza di chi ha ancora tutto il tempo per poter sbagliare, riprovare e sbagliare ancora. E poi il momento in cui il tempo per gli errori non c’era più.

E quando arriva quel giorno – il giorno in cui ti rendi conto che non puoi più permetterti di sbagliare – allora capisci che sei grande già da un pezzo. Solo che, di prassi, te ne accorgi all’improvviso, in un dato momento, di una certa ora. Tarda, di solito.

All’ora ics, io non avevo nessun jet parcheggiato nell’hangar, fioretti riposti, stelle da scoprire, o interviste da rilasciare a “Che tempo che fa”.

Allora mi sono chiesta cosa ne era stato del tempo impiegato per diventare grande. Mi sono risposta che quel tempo era stato divorato, masticato, deglutito, che era diventato la mia pelle, le mie ossa, i miei muscoli, il mio sguardo.

Mi sono anche detta che è stato un tempo insufficiente per voler tanto dire, fare, baciare, lettera e testamento. Che è servito per ristrutturare la frase “Mi piacerebbe tanto fare…” in un alternativo “Il mio sogno nel cassetto…”

A vent’anni, nel cassetto, ci si tiene perlopiù la biancheria che ci infila dentro tua madre. Anzi, a vent’anni spesso non ci si accorge neanche di avere un cassetto. A quaranta, invece, ti sorprendi d’essere una cassettiera.

Tutto sommato, però, mi sono sempre detta che la cosa importante, è avere qualcosa da metterci dentro.


Il mio bonsai

Non ho il pollice verde. In realtà, neanche dire “ho il pollice nero” rende l’idea. La verità è che le piante, dopo qualche giorno che sono con me, si suicidano. Nessuna esclusa. Anche i cactus.

Per questo quando mi regalarono quel bonsai, in occasione dell’ingresso nel mio appartamento, bonsai pure lui, lo presi con mani tremanti.

Era un bonsai  giovane e si sa che i bonsai sono esseri delicati. Pertanto le probabilità che potesse superare la settimana, erano piuttosto ridotte, prossime allo zero.

La prima cosa che feci fu quella di posizionarlo nel mio balcone e parlarci. Gli dissi: “Tu sei un bonsai, cioè un piccolo albero. E gli alberi, non è che uno sta ogni giorno a innaffiarli, o a concimarli. Quindi, caro piccolo albero, dovrai imparare a vivere a priscindere da me, hai capito o no?”

Il mio adorato bonsai aveva capito tutto. Sopravvisse alla settimana, al mese, all’anno e anche agli anni successivi.

Lo adoravo per come riusciva a vivere nonostante me. Lo salutavo, a volte ci parlavo, mi stupivo più che altro.

Poi arrivò quell’inverno. Non più freddo di altri, forse più piovoso. Il sottovaso del bonsai rimase colmo d’acqua per tutto l’inverno. E perché – dico perché – non mi sia venuto in mente che le radici a mollo per così tanto tempo lo avrebbero di certo ucciso, non lo so. Davvero non lo so perché non ci ho pensato.

Quel giorno mi accorsi che il mio bonsai era meno espressivo del solito. Ritenevo impossibile che un inverno potesse essere più deleterio di me. Ma il suo stato mi preoccupò moltissimo.

Da aprile iniziai ad aspettare maggio. Poi maggio arrivò, ma il bonsai non germogliò. A giugno ammisi a me stessa di averlo ucciso. E piansi.

Ero convinta che forse, alla fine di tutto, si potesse vivere “a priscindere”. Invece no. Mai.


Clerks

Una volta ho visto Clerks in televisione. Mi avevano detto: «Lo devi vedere.» Lo devi vedere perché lavoravo come commessa. E l’ho visto.

Ci rimasi malissimo.

Sì perché pensavo: finalmente avrò giustizia. Pensavo: finalmente un film dove i commessi infilano le grucce nell’orbita oculare dei clienti che smettono una volta per tutte di avere sempre ragione.

Invece no, niente di tutto questo. Era solo un film, non il paradiso. E, per paradiso, intendo quell’alterazione oltremondo dello spazio-tempo dove un commesso arriva morto stecchito, con ancora indosso il sorriso incancrenito sulle labbra.

È impossibile da sciogliere, quel sorriso. Anche con l’acquaragia, per esempio: impossibile. Non c’è proprio verso di mandarlo via, quel sorriso: è incrostato sulla parete facciale. È un sorriso da serial killer. È l’unico pertugio disponibile dove filtrare gli insulti e i propositi omicidi che zampillano per anni a fior di bocca. L’unico strumento fai-da-te per mantenerti il posto di lavoro.

Sì, devi tenertelo per sempre quel sorriso. E metti caso tu la finissi una volta per tutte di fare il commesso, non c’è da illudersi, ci vorrebbe comunque esercizio e costanza per imparare di nuovo a sorridere.

La riabilitazione è dura, ma non impossibile.

Per anni ho lavorato come commessa in un grande negozio di abbigliamento uomo, donna e bambino, e ho imparato che ci sono Tre Regole d’Oro.

Regola numero uno: il cliente ha sempre ragione e se il cliente ha sempre ragione vuol dire che un motivo c’è, ma tu commesso rassegnati a non conoscerlo mai.

Regola numero due: la merce deve essere riposta con ordine maniacale sugli scaffali solo per indurre i clienti allo spiegazzamento compulsivo della stessa, con successivo appallottolamento e dislocazione in altri siti.

Regola numero tre: la cliente taglia quarantotto deve sempre avere l’immacolata certezza di poter entrare in un paio di pantaloni ghepardati taglia quarantadue. E di fronte alla sua faccia incredula sull’impossibilità di chiudere una qualsivoglia cerniera, addebitare la colpa alla poca, scarsa, quasi nulla vestibilità del pantalone.

Ma Regola Principe, oltre le Tre Regole d’Oro, con inammissibilità di eccezioni: mai e poi mai colpire con iterata violenza la cucitrice metallica sul cuoio capelluto della Cliente Dell’Ultimo Minuto che entra alla 19:59 di sabato sera dicente: «Stavate chiudendo? Do soltanto uno sguardinoveloce.»

Lo sguardino veloce durerà più o meno venti minuti, durante i quali minuti, la Cliente, oggetto di fantasiosi dispacci di morte, spiegherà annoiata qua e là svariate magliette, finché aliterà un pigro: «Grazie e buonasera» uscendo senza acquisti.

Le Tre Regole d’Oro + Regola Principe andavano acquisite fin da subito. Io e la mia collega così abbiamo fatto: imparate da subito.

Non abbiamo mai infilato nessuna gruccia dove non politicamente corretto, mai percosso cucitrici metalliche sopra cuoi capelluti.

La mattina iniziava con il caffè all’angolo: io aprivo le due entrate del negozio e la collega andava a comprare i caffè. Sempre pagati una volta per uno. Appena lei entrava con il vassoio ed era tempo di zuccherare, entrava la Prima Cliente della Giornata. Sempre. Provato a cambiare orario. Niente. Tempismo perfetto da Prima Cliente Della Giornata.

La PCDG, di norma, era la casalinga che aveva appena fatto la spesa.

«Posso lasciare qui?» chiedeva appoggiando le buste all’ingresso.

«Faccia pure, signora. Le serve aiuto?»

La PCDG aveva sempre bisogno di aiuto, perché altrimenti avresti fatto in tempo a zuccherare il caffè ancora caldo. Lei chiedeva di prassi un paio di jeans per il marito, troppo stanco – povero cucciolo – per andarseli a comprare da solo.

«Che taglia signora?»

Il cucciolo aveva sempre messo su po’ di chili e quindi era sempre consigliabile prendere una taglia in più.

La PCDG si convinceva della scelta soltanto dopo il quinto-sesto paio di jeans spiegati. Mai prima. Così appena usciva dal negozio e ti catapultavisul tuo caffè con ingenua speranza, il tepore era solo una vaga utopia.

La PCDG ce la sbrigavamo un giorno per uno.

Finita la pausa caffè, avevano inizio le pulizie del negozio che comprendevano: lo spazzare i quattrocentodue metri quadrati di pavimenti; lo spolverare i cinque tavoli di appoggio; il passare lo straccio bagnato sul sopracitato pavimento; il riordinare i camerini.

Le pulizie del negozio erano sempre affrontate con insolita euforia grazie all’aspettativa dell’Effetto Sorpresa Camerini, ovvero la condizione in cui versavano le cabine di prova dalla sera precedente.

L’Effetto Sorpresa constava, di norma, in assortite disseminazioni di beni alimentari ad alta pubblicizzazione: patitine fritte San Carlo, Dixi, spesso e volentieri Fonzies. Naturalmente: chewingum masticati e incollati allo specchio. Soltanto una volta ebbi la fortuna di trovare, sul tappetino, un gelato al cioccolato in uno stato di irreversibile liquefazione. Ma non sempre potevi sperare in tanta fortuna.

Gli specchi presentavano le consuete raggiere di ditate, taglia 3-60 anni, in ogni direzione consentita. Talvolta impronte di labbra, calchi di grasso di cuoio capelluto, scie di pomodoro di ex pizze.

La fase dello straccio bagnato era invece molto delicata perché comportava ogni volta il rischio: Cliente In Arrivo Con Pavimento Bagnato.

La CIACPB entrava con matematica certezza appena finivi di spezzarti la schiena per strofinare via l’ultima impronta.

La cliente entrava, dava uno sguardino veloce e poi usciva. Il suo unico scopo era quello di insudiciare di fresco il pavimento ancora bagnato.

«Mi scusi tanto signorina» diceva entrando.

«Ma si figuri, in un negozio, si sa, è un via vai continuo» sorriso killer «non si preoccupi.»

La CIACPB si aggirava di consueto con fare circospetto, fra uno scaffale e l’altro, per cui altalenavi nell’indecisione se ripassare subito lo straccio o aspettare che uscisse.

La scelta era sempre e comunque quella sbagliata.

Ma l’esperienza più formativa, quella che può mettere alla prova la tenuta psicologica e professionale di un commesso, è di sicuro una Maxi Svendita Totale Per Chiusura Attività.

La MSTPCA comincia molto prima del giorno effettivo di apertura, inizia con la preparazione dei cartellini, della scontistica, del recupero delle rimanenze di magazzino, della suddivisione della merce, dell’allestimento del negozio in assetto da battaglia, dell’assegnazione dei posti di combattimento.

Ti prepari all’evento con grande aspettativa, quasi con un filo di emozione, ci sono addirittura Esperti Sul Campo che ti indirizzano, ti educano, ti preparano al corpo a corpo, ti bisbigliano i trucchi per una perfetta sopravvivenza.

Tu dapprima resti confuso, non capisci il perché di tanta accortezza, di troppe, davvero troppe premure.

Poi alla fine, ma solo alla fine di tutto, lo capisci.

Gli Esperti Sul Campo lo sanno: non si sopravvive a una Maxi Svendita Totale Per Chiusura Attività.

Perché nessun Esperto, nessun corso, nessuna scuola può prepararti all’orda barbarica che si abbatte in questi casi, dove il cliente si sente autorizzato a diventare una cellula impazzita con licenza di uccidere.

Nel giro di una settimana, non parli più: abbai. E di certo non ridi più: mordi a caso.

Ora frequento incontri per “Commessi Anonimi”.

Mi alzo dalla mia sedia, pronuncio il mio nome e poi dico: «Io sono sopravvissuta a una Maxi Svendita Totale Per Chiusura Attività e posso sorridere».

Ci alleniamo a produrre sorrisi per tutto il tempo, ma il più delle volte non vanno oltre il Killer.

A fine incontro viene sempre votato il sorriso più convincente.

Nessuno dei miei sorrisi è ancora mai riuscito a prendere un voto, però dicono che sono brava, e che fra qualche anno, forse, chissà, magari ce la potrò fare anch’io.


Bowling e margherite

    

Las Vegas Edizioni

Collana: I Jackpot 
Uscita: gennaio 2011

A volte succede di girare a vuoto, con la perfetta sensazione di non raggiungere niente. Proprio come quando vogliamo ma non riusciamo a terminare un libro. E allora Lorenzo si impone. Di smettere di pensare alla ragazza unica e sexy che lo ha appena lasciato, di buttare le gomme da masticare appiccicate sulle mensole della libreria, di riordinare i propri pensieri e, perché no, di finire l’Ulisse di Joyce. Ma a chiudere porte spesso ci si ritrova ad aprirne altre e Lorenzo inizia a interessarsi a una particolare ammiratrice segreta. Perché proprio lui? Cosa vorranno dire i biglietti lasciati sulla porta? E chi sarà, visto che non conosce altre donne all’infuori dell’onnipresente ex? Accompagnato dal fedele amico Cionco, Lorenzo scoprirà come sia difficile fare a meno dell’inaspettato.


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