Da piccola mi sono innamorata di Leonardo. Avrò avuto sette anni. Lui dieci.
Ricordo le sue guance sempre arrossate, la sua stazza, ricordo gli occhi azzurri che di certo, a quell’età, mi ricordavano un mare d’agosto. Era un tipo silenzioso e introverso. Di poche parole, sempre per conto suo.
Successe che un giorno d’estate, giocando, caddi da un muretto, come corpo morto cade. E mi ritrovai con le mani e le ginocchia sbucciate. Quel giorno d’estate, Leonardo corse verso di me, mi prese in braccio e mi portò a casa, dicendomi che avrei dovuto prestare più attenzione la prossima volta.
Nel momento in cui mi raccolse, ricordo di essermi sentita a disagio perché temevo di essere troppo pesante per lui e che non ce l’avrebbe mai fatta a portarmi fino a casa. Ricordo il cuore che mi batteva.
Nella mia romantica testa bambina, Leonardo aveva rotto la serrata riservatezza verso il mondo, per salvarmi.
Nel corso della mia infanzia, mi sono infatuata anche di Maurizio e di Aurelio. Tutti e due con gli occhi azzurri, in effetti. Ma non erano occhi da eroi romantici. Di Leonardo invece, ricordo lo sguardo oltre l’azzurro. Era uno sguardo che curvava nella tristezza. Già da grande.
Mi chiedo se Leonardo avrà ancora lo stesso sguardo. O se ne avrà, oggi, uno da bambino. Se sarà diventato un incallito supereroe.